Privatizzazione acqua, una battaglia su più fronti

Il referendum presentato pochi giorni fa in Cassazione dal Forum Italiano Movimenti per l'Acqua può segnare una svolta nella situazione italiana. Cerchiamo di capire quali sono le forze in gioco e perché la battaglia in corso ha un'importanza cruciale per il nostro futuro.

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di Andrea Degl'Innocenti

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È in corso una lotta per il controllo dell'acqua che vede coinvolti i meccanismi macroeconomici internazionali da una parte e dei gruppi di cittadini, associazioni, piccoli comuni dall'altra
Per intendere una cosa da niente, semplicissima da realizzare, si è soliti dire “è facile come bere un bicchier d'acqua”. Fra qualche anno, forse, dovremo cambiare detto, e certo non sarà questo l'aspetto peggiore.

È in corso una lotta per il controllo dell'acqua che vede coinvolti i meccanismi macroeconomici internazionali da una parte e dei gruppi di cittadini, associazioni, piccoli comuni dall'altra, che in tutto il mondo combattono ciascuno la propria battaglia, cercando di inserirsi come sassolini fra i denti degli ingranaggi economici. In Italia lo scorso 31 marzo sono stati depositati in cassazione tre quesiti referendari per fermare il processo di privatizzazione.

Proviamo a fare il punto della situazione, a capire quali sono le forze in gioco, quali le armi in mano alle rispettive fazioni e perché quella per l'acqua è una battaglia cruciale per il nostro futuro.

Qualche giorno fa, il 22 marzo, si è celebrata la giornata mondiale dell'acqua. In quell'occasione l'Onu ha diffuso dati allarmanti. Da qui a vent'anni quasi metà della popolazione mondiale – circa 3 miliardi di persone – potrebbe trovarsi senz'acqua; già oggi sono otto milioni ogni anno a morire a causa della siccità.

Il riscaldamento globale da un lato e l'aumento della popolazione e dei consumi dall'altro, determineranno l'aumento del fabbisogno e la diminuzione della disponibilità di acqua. Si stima che nel 2025 la domanda d'acqua supererà per la prima volta l'offerta, dopo di che la forbice continuerà a spalancarsi con effetti devastanti.

Molti giornali italiani hanno ripreso, con sgomento, la notizia fornendo una accurata analisi dei dati e delle cause. Stranamente nessuno di essi ha fatto riferimento al processo di privatizzazione della risorsa idrica che sta avvenendo in tutto il mondo e si trova, in Italia, ad una fase cruciale.

Eppure il collegamento non è difficile. Fra pochi anni l'acqua mancherà dappertutto, in qualche zona di più, in altre meno, e averne il controllo economico significherà avere un potere persino maggiore di quello che deriva oggi dal controllo del petrolio.

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Che il mercato dell'acqua sia fra i più succulenti non sfugge ad alcuni analisti di mercato. Pare quasi che l'esaurirsi della preziosa risorsa sia una manna dal cielo per gli investitori privati
Che il mercato dell'acqua sia fra i più succulenti non sfugge ad alcuni analisti di mercato. Pare quasi che l'esaurirsi della preziosa risorsa sia una manna dal cielo per gli investitori privati. Il sito strategyinvestor.com partendo dal presupposto che “la scarsità crescente dell'acqua sarà uno dei problemi sociali e politici più seri tra quelli che il mondo dovrà affrontare nei prossimi vent'anni”, definisce, in un articolo del 16 marzo scorso, il settore dell'acqua come “uno dei più interessanti su cui investire nei prossimi anni”.

Appurato che l'interesse economico verso l'acqua c'è – eccome – è il momento di sfatare alcuni luoghi comuni. I fautori della privatizzazione sostengono che migliorerà la gestione della risorsa, che non ci saranno aumenti delle bollette e soprattutto che nessuno verrà mai privato del diritto all'acqua potabile. Questi assunti sono smentiti da alcuni dati di fatto.

Innanzitutto, ricorda Serena Visentin, Assessore alle Politiche del Personale, alla Tutela dei Consumatori e la Lotta all'Usura della Provincia di Roma, “laddove c'è stata la privatizzazione, c'è stato un aumento delle tariffe”; inoltre ad esso “spesso non ha corrisposto un miglioramento dei servizi” (guarda il video).

Per quanto riguarda la garanzia del diritto all'acqua, non sono passati neppure quattro mesi da quando, lo scorso dicembre, Padre Alex Zanotelli denunciò la drammatica condizione di 150 famiglie di migranti a Zingonia, in provincia di Bergamo che il gestore locale A2A aveva lasciato senz'acqua per vari giorni perché insolventi.

Se ci spostiamo poi nei paesi dove la privatizzazione è stata più brutale ed immediata, risulta evidente che la sopravvivenza dei cittadini non è fra le priorità dei gestori. Emblematico è il caso della Bolivia. Qui la privatizzazione dell'acqua fu imposta col ricatto dalla Banca Mondiale; il servizio fu affidato ad una multinazionale, la Bechtel, che raddoppiò immediatamente le tariffe lasciando senz'acqua la fascia più povera della popolazione e vietando persino di raccogliere l'acqua piovana. Per fortuna, se così si può dire, le condizioni inumane imposte dalla Bechtel provocarono una rivolta di enormi proporzioni da parte dei cosiddetti campesinos, che riuscirono infine a ripubblicizzare la risorsa idrica.

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Il mercato dell'acqua attira grandi investimenti da parte di corporation e multinazionali
Venendo al dunque, è ormai chiaro che il problema non sta nella crudeltà di una particolare multinazionale o investitore privato, ma nel concetto stesso di privatizzazione. Come spiega un pensatore illustre quale Noam Chomsky nel documentario canadese The Corporation, le società private quotate in borsa devono anteporre il profitto all'interesse pubblico, e lo devono fare, si badi bene, per legge. Se risultasse che una società non ha fatto di tutto per tutelare gli interessi dei propri investitori, questi possono citarla in giudizio.

È una logica che, applicata alla gestione dell'acqua, può portare a dei paradossi, come è accaduto, ad esempio, a Firenze. Ce lo spiega Tommaso Fattori del Comitato Acqua Pubblica di Firenze (guarda il video). Nel capoluogo toscano, a fronte di un uso più attento dell'acqua da parte della popolazione, Pubbliacqua, la società privata che gestisce il servizio idrico, ha aumentato le tariffe del 20 per cento senza migliorare il servizio. Perché? Semplicemente per non andare in rosso, visto che i cittadini avevano diminuito i loro consumi.

Questo non potrebbe avvenire se l'acqua fosse gestita pubblicamente. Gli enti pubblici infatti, spiega ancora Chomsky, “possono lavorare in perdita per garantire l'accessibilità di un servizio da parte della comunità o […] mantenere la manodopera in periodi di recessione”.

Abbiamo detto di come il mercato dell'acqua attiri grandi investimenti da parte di corporation e multinazionali. Ad opporsi sono stati in molti. Negli ultimi anni sono sorti in tutto il mondo centinaia di movimenti locali per l'acqua pubblica, cui partecipano cittadini e piccole associazioni.

In Italia queste associazioni si sono riunite nel Forum Italiano Movimenti per l'Acqua, che dal 2006 le coordina ufficialmente. Agli inizi del 2010 il Forum ha deciso di proporre un referendum popolare con lo scopo di ottenere “l’abrogazione di tutte le norme che hanno aperto le porte della gestione dell’acqua ai privati” e dunque “rendere possibile qui ed ora la gestione pubblica di questo bene comune”.

I tre quesiti referendari, consultabili in versione integrale sul sito, sono stati depositati presso la Corte di Cassazione di Roma il 31 marzo. A breve partirà in tutta Italia una campagna di raccolta firme.

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Il Forum ha deciso di proporre un referendum popolare con lo scopo di ottenere “l’abrogazione di tutte le norme che hanno aperto le porte della gestione dell’acqua ai privati”
Il lavoro di avvicinamento al referendum si svolge su due piani, uno nazionale, culminato nella manifestazione del 20 marzo a Roma, l'altro locale, capillare. Questo secondo livello è di particolare importanza e si svolge all'interno degli enti locali, dei piccoli comuni, dei municipi. Queste strutture che stanno alla base della piramide istituzionale, sembrano sfuggire ai lunghi tentacoli del sistema economico, che ne avvinghia la sommità, restando fortemente ancorate al territorio. È proprio qui che si sono ottenute le vittorie maggiori.

Insomma, la lotta per l'acqua si configura per molti aspetti come una battaglia fra l'alto e il basso, fra il macro e il micro. Proprio per questo si è scelto lo strumento del referendum, l'unico in grado di spostare la politica dal terreno istituzionale a quello popolare e trasformarsi – parola di Stefano Rodotà, una delle firme illustri del testo referendario – in “un grande momento di azione politica collettiva”.

Certo, a vederla dall'esterno, può sembrare una lotta persa in partenza tentare di contrastare dei meccanismi sovranazionali le cui dinamiche si ripetono uguali in tutto il mondo. Ma probabilmente, partire dal basso, dalla gente, è l'unica opposizione possibile a fenomeni di tale portata. L'unico modo per riprendersi un potere decisionale sempre più lontano e mettere dei paletti morali alla filosofia liberale.

Per approfondire gli argomenti trattati, sono disponibili i video della manifestazione del 20 marzo, con tutti i principali interventi, inclusi quelli della Assemblea Nazionale degli Enti Locali per l'Acqua Bene Comune e la Gestione Pubblica del Servizio Idrico.

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6 Aprile 2010 - Scrivi un commento
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Un lettore ha commentato questo articolo:
8/4/10 12:22, luisa ha scritto:
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