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IL VOLTO, DIARIO DELLA NOSTRA VITA
LA MORFOPSICOLOGIA

Tratto da ESTETICAMENTE n. 9

Il mito vuole che Narciso vedendo il suo volto riflesso dall’acqua di uno stagno se ne innamorasse... Non è questo il modo o lo scopo con cui vi invitiamo a guardarvi allo specchio. Il “modo” giusto è osservare attentamente le forme del vostro viso ed interpretarle allo “scopo” di scoprire chi siete realmente, al di là di quel che credete di essere.

Francesca Giomo e Daniel Tarozzi

Molte volte, guardando qualcuno conosciuto da poco, può capitare di provare una istintiva simpatia o un’antipatia immediata, apparentemente irrazionali. Spesso, nel tentativo di giustificare un giudizio apparentemente avventato, si tende a ricorrere ad espressioni del tipo: “aveva proprio una faccia buona”, oppure “era un tipo inquietante, non mi convinceva affatto”, o addirittura “appena l’ho visto mi ha fatto paura!”.

L’atto di guardare l’altro implica un’azione conoscitiva; costituisce un’occasione per ricevere, a volte inconsapevolmente, informazioni non solo su chi ci sta di fronte, ma anche su noi stessi. L’osservare gli elementi attraverso cui interagiamo con la realtà – gli occhi, la bocca, il naso, le forme che intercorrono tra l’uno e l’altro e il contesto in cui convivono – è per l’uomo, sin dalla notte dei tempi, un’esigenza primaria che corrispondeva e corrisponde tuttora alla necessità di rispondere alle domande fondamentali sul suo “esserci”: “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?”.

Da questa esigenza primaria di trovare un punto di unione tra l’evidente (la fisicità) e l’invisibile (ciò che è dentro), si è sviluppata nel corso dei secoli la Fisiognomica, una disciplina che ha avuto il merito di portare l’attenzione sui tratti del viso e sulla loro corrispondenza con il carattere della persona presa in esame, ovvero sulla corrispondenza tra anima e corpo. Già con Aristotele il legame tra carattere e costituzione fisica era oggetto di studio, ma è durante l’Illuminismo che la Fisiognomica prende “scientificamente” forma con J. K. Lavater.

Da questo momento in poi tale disciplina è stata spesso una fonte alla quale attingere per dar vita ad ulteriori teorie. Tra queste, in particolare, ha fatto molto parlare di sé “l’Antropologia criminale” di Cesare Lombroso (1835–1909), secondo il quale particolari tratti anatomici erano indice di anomalie nello sviluppo del soggetto e di un suo arresto a stadi poco progrediti; quindi, tali tratti somatici venivano ritenuti segnali emblematici di un “carattere” propenso per natura alla criminalità, in quanto primitivo.

Un aneddoto racconta che, secondo Lombroso, lo scrittore L. Tolstoj, a causa delle sue “terribili sopracciglia”, fosse un degenerato. Spesso, per mancanza di informazione, si è teso ad identificare Cesare Lombroso con la Fisiognomica, fatto che, indubbiamente, ha contribuito a diffondere quel senso di scetticismo preventivo di fronte all’idea che si possano determinare corrispondenze tra i lineamenti del volto e la personalità di un individuo. Lasciandoci alle spalle l’Antropologia criminale, sempre dalla Fisiognomica, come sua naturale evoluzione, circa 70 anni fa si è formata, attraverso gli studi di Louis Corman (1901-1996), medico pediatra e psichiatra francese, la “Morfopsicologia dinamica” così chiamata proprio perché studia il volto nella sua totalità, nella sua evoluzione e nei suoi cambiamenti quotidiani.

Con tale disciplina non si cerca di divinare il futuro di una persona, ma si analizza il passato e il presente “scritti” sul volto di ognuno di noi. Affascinante e complessa, facile da apprendere nelle sue basi, la Morfopsicologia dinamica è, tuttavia, poco agevole da applicare senza una adeguata esperienza. Si tratta, infatti, di una “scienza” che tende ad abbracciare l’essere umano nella sua infinita complessità, nelle sue innumerevoli sfaccettature, nelle sue meravigliose contraddizioni.


  
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