MOBY DICK AL TEATRO ARGENTINA
FINO AL 16 DICEMBRE

Arriva al teatro Argentina di Roma l’adattamento teatrale del Moby Dick di Melville, a cura dell’elaborazione drammaturgica di Federico Bellini, per la regia di Antonio Latella. Giorgio Albertazzi veste i panni del mitico capitano Achab.Dal 28 novembre al 16 dicembre.
di Giancarlo Simone Destrero
Cosa rappresenta essenzialmente Moby Dick –il capodoglio bianco del mastodontico testo di Herman Melville- se non l’ossessione eroica dell’essere umano? Il limite estremo oltre il quale la propria condizione non può andare, gli invalicabili confini spazio-temporali a ridosso dei quali ogni spasmodica ricerca fallisce, la nostalgia dell’inumano che ci precede e che ci spinge a trascendere ogni nostra limitatezza immanente, il richiamo del divino che sfida bellicosamente i freni materiali dell’istinto di sopravvivenza, sul fallace campo di battaglia dell’umana forma.

La storia è nota: Ismaele è l’unico sopravvissuto dell’equipaggio del Pequod, una baleniera che si è spinta oltre i noti confini oceanici per assecondare la volontà ineluttabile del capitano Achab: dare la caccia a Moby Dick, la leggendaria balena che nessuno ha mai preso nonostante i tanti ramponi piantatigli sul dorso. Egli rievocherà i fantasmi dei suoi ricordi e la sua ammirazione nei confronti della dedizione del capitano Achab verso la propria ossessione, qualcosa che, come Ismaele stesso dice nel monologo iniziale, non è senza significato.

Achab è rimasto mutilato ad una gamba a causa di uno scontro con Moby Dick, ma il suo legame col capodoglio è talmente forte (Moby Dick è il senso della sua esistenza, senza non avrebbe motivo di esistere) che i tormenti della carne non possono esaurirlo. Antonio Latella, uno dei registi teatrali italiani più interessanti e versatili, riesce a rendere questa sensazione di catastrofe incombente con una messa in scena cadenzata, dal respiro ampio, dai lunghi tempi introspettivi.

Dai ricordi profondi di Ismaele, da solo sul proscenio nell’iniziale monologo al pubblico, alla loro messa in scena, che comincia a dipanarsi dietro le sue spalle; questo personaggio rimane sempre a metà tra il protagonismo del suo carattere nel testo ed il suo ruolo di corifeo nel raccontare la tragedia fuori scena. L’essenza tragica preesistente questa particolare storia e che perdurerà eternamente, anche dopo la conclusione luttuosa della vita di Achab; non a caso Melville parlava del suo libro come dell’abbozzo di un abbozzo.

Tutto questo -grazie anche a piccoli espedienti come il raddoppiare alcune frasi, che si svolgono sulla scena nei dialoghi dei marinai, da parte di Ismaele fronte pubblico, come se non potesse essere materialmente coinvolto dalle allucinazioni dei suoi ricordi- riesce ad evocare una situazione mitica, paradigmatica aldilà del tempo cronologico, che tocca le corde profonde dell’animo umano, in perfetto stile tragico.

Nei sublimi momenti canori che vedono impegnata tutta la ciurma, infatti, il coro moderno, di questa rappresentazione, mostra che il canto estrinseca un pathos che tutte le parole del mondo messe insieme non potrebbero raggiungere. Altresì si affida anche a dei linguaggi corporei di segni, ove la parola suonasse falsa. In questa rappresentazione di ombre mortali che camminano, la finale citazione amletica per eccellenza, interpretata intensamente dall’albertazziano capitano Achab, sembra dare un senso ulteriore alla profondità drammatica di quelle parole.

Un senso ulteriore a questi testi (Moby Dick ed Amleto) al legame che intercorre tra loro e i loro autori, al senso dell’arte. Così come un senso diverso dell’ossessione achabiana arriva dall’interpretazione di Giorgio Albertazzi. Il suo capitano è sobriamente integrato alla propria missione, è ammansito dalla sua sapienza esistenziale, ha smussato le rudezze caratteriali che lo avevano contraddistinto in altre interpretazioni –prima fra tutte quella di Vittorio Gassman- è pacificamente rassegnato alla necessità del suo simbiotico rapporto con Moby Dick.

L’emozione dello scambio finale di parole tra Achab ed Ismaele – due probabili età anagrafiche dello stesso destino umano- è resa ancora più intensa dalla traslabilità sul piano artistico delle due persone sulla scena in quel momento; nel senso della richiesta ultima che un qualunque promettente attore, come Marco Foschi, potrebbe fare ad una montagna sacra del teatro come Giorgio Albertazzi: “Parla, testa enorme e venerabile, parla, possente testa, e rivelaci il segreto che nascondi in te”.

luogo: Teatro Argentina di Roma
quando: dal 28 novembre al 16 dicembre, ore 21
info: ufficio promozione teatro di Roma: tel 06684000346 – fax 06684000360
biglietteria: tel 06684000345(ore 10-14; 15-19, lunedì riposo), prezzi: da 10 a 26 Euro


(03/12/2007)