IL FASCINO DELLA “DIVISA”. MA NON DIMENTICHIAMO DI AVERLA INDOSSO
La divisa non è solo quella militare, bensì ogni stile di abbigliamento tipico di un determinato contesto. Indossare un abbigliamento consono all’ambiente è necessario, ma quali rischi corre chi si identifica nella sua uniforme? Quali vantaggi ottiene? E soprattutto, ne vale la pena?
di Laura Bonaventura
Nei dieci anni di frequentazione assidua della metropolitana di Roma ho sviluppato una singolare abilità: guardando i visi e l’abbigliamento dei passeggeri seduti riesco ad indovinare, con una percentuale di successo di circa il 90%, la fermata alla quale questi ultimi scenderanno. Il vantaggio pratico di tale predizione consiste nel trovare posto a sedere in tempi rapidissimi, semplicemente posizionandomi accanto a chi suppongo stia per uscire. E funziona!

Anche se non lo facciamo consapevolmente, tutti indossiamo una “divisa” a seconda del lavoro che svolgiamo, del quartiere dove abitiamo, del partito politico in cui ci riconosciamo, degli amici che frequentiamo. Un abbigliamento consono all’ambiente è necessario per integrarci, per dimostrare che accettiamo le regole non scritte di quel determinato gruppo di persone e contribuisce a farci accogliere come “uno dei nostri”.

Non solo quindi non c’è nulla di male ad adottare uno stile in sintonia con quello di chi ci è accanto, ma non farlo ci creerebbe dei problemi di comunicazione. E tuttavia quasi tutti, alla sera, sperimentiamo il piacere di toglierci “gli abiti da lavoro” e di vestire a modo nostro, di metterci “in libertà”. Il modo di essere di ognuno di noi non è infatti univoco, ma siamo, e ci piace essere, tante persone in una, sia perchè rivestiamo molteplici ruoli, sia perchè essere aperti alla vita porta a frequentare con piacere contesti diversi.

Il rischio che si corre portando un’uniforme è proprio quello di immedesimarsi in essa al punto da dimenticare di averla indosso, trasformandoci da persona a marionetta, stereotipo, perdendo contatto con l’essenza più intima di noi stessi. Qual è infatti il vero fascino della divisa, per chi la indossa? In primo luogo il suo essere rassicurante: apparire e comportarci “come gli altri” fa sentire protetti, meno esposti ai pericoli della vita; il secondo vantaggio che essa offre è quello di deresponsabilizzare, in quanto più siamo inquadrati, più ci riconosciamo in un gruppo – politico, sociale, lavorativo – meno siamo tenuti a pensare con la nostra testa: gli ordini arrivano dall’alto e l’unico contributo richiesto è il conformarci alle aspettative, in pratica ubbidire. Effettivamente in cambio si ottiene una certa protezione e forse facilitazioni di carriera, ma il prezzo da pagare è quello di tramutarsi in “yes-man”.

E’ l’uniforme che ci trasforma o siamo noi a scegliere di non toglierla più? Coloro che “diventano” la loro divisa lo fanno in genere per due motivi: l’interesse economico, che muove ad esempio politici o affaristi, i burattinai che tengono le fila del gruppo, e i loro fedelissimi, che aspettano di partecipare al banchetto; o la debolezza culturale e psicologica, che caratterizza gli estremisti di tutti i colori politici, i fanatici religiosi, i bigotti e i seguaci delle sette, gli ultrà, cioè tutti coloro che si fondono nella massa ricercando negli slogan di partito o nelle regole del gruppo le idee di cui sono privi; ma anche gli snob, i fashion victims, cioè i seguaci ossessivi della moda e tutti coloro che, senza esserne consapevoli, si sentono troppo vuoti e insicuri per pensare con la propria testa.

Quali sono infatti le conseguenze dell’identificazione nella divisa? La perdita dell’autonomia di giudizio, la tendenza disprezzare chi è diverso da sè, l’incapacità di capire le ragioni degli altri, l’impossibilità di sperimentare nuovi modi di essere e, in definitiva, di vivere davvero.

Mantenere un’identità slegata da qualunque etichetta, senza giudicare gli altri, animati solo dal desiderio di conoscere, consente invece di guardare il mondo e le persone senza pregiudizi, di poter accettare un’idea e rifiutarne un’altra, di amare prima di tutto gli esseri umani e solo dopo le idee. Se il proprio senso di sè non dipende dall’affermazione del proprio clan a scapito degli altri, allora sarà possibile accogliere quanto c’è di buono nelle opinioni altrui, anche quando provengano dai nostri “avversari” politici. Allo stesso modo potremo trovarci a nostro agio con gli individui più disparati e negli ambienti più diversi, perchè non saremo maschere, ma uomini e donne con cuore e cervello accesi.

Tutto ciò non vuol dire essere dei “battitori liberi”, privi di qualunque identificazione, poichè vivere in società porta necessariamente a prendere posizione, ad affiancarsi a determinati schieramenti, aree d’opinione, ambienti di lavoro, ecc. Significa invece restare fedeli a se stessi e alla propria capacità critica anche all’interno di gruppi con i quali si abbia molto in comune, avere il coraggio di esprimere costruttivamente il proprio pensiero anche quando sia in contrasto con la tendenza della maggioranza o del leader, mantenersi ricettivi alle nuove idee, farsi guidare da intuito e simpatia, non da affermazioni precostituite.

Se riusciremo a non perdere la nostra individualità e a non farci vincere dalla paura di veder respinte proposte originali, se sapremo comunicare il nostro parere senza aggressività e senza timore, paradossalmente scopriremo che non solo non saremo rifiutati, ma verremo stimati in ogni ambiente. Quindi indossiamo pure le divise che riteniamo opportune, ma non dimentichiamo di averle addosso!


(14/11/2007)