UN CERVELLO INGANNATORE
Il tempo viene percepito senza errori? Oppure il nostro cervello si prende la libertà di modificare il come e soprattutto il quando di ciò che percepiamo? Alcuni esperimenti di neurologia mostrano come la mente cambi un po’ le carte in tavola.
di Silvia Malavasi
Come un pesce dà per scontata l’acqua in cui vive, l’uomo, fine indagatore delle quattro dimensioni, tende a dare per scontato che il tempo conduca una sua esistenza indipendente, comprovata e ben delineata. Immaginiamo un Tempo con la T maiuscola, un Chronos, un “Padre Tempo”, che governi le cose del mondo dal suo trono iperurano; siamo sicuri dell’esistenza dell’oggetto chiamato tempo almeno quanto siamo sicuri dell’esistenza di una casa, del sole, o della nostra vita.

Eppure non esiste un solo organo nel nostro corpo che ci permetta di percepire in sé e per sé il tempo come, al contrario, riusciamo a dire che faccia l’occhio per le immagini. Non possiamo percepire un tempo puro, una durata “vuota” che non si riempia subito di immagini, ricordi o del suono del battito del nostro cuore. Deve esserci quindi un altro metodo per trovare come la nostra mente costruisca un “tempo” come viene comunemente inteso.

Quello che il nostro cervello è attento a cogliere non è lo scorrere di un flusso temporale, bensì il cambiamento in uno stato del mondo o della mente. Percepiamo una luce che si accende e si spegne e misuriamo che la durata dell’evento è stata di due secondi, ma non possiamo percepire i due secondi senza che vi sia avvenuto qualcosa all’interno. E’ allora la mente stessa che decide di costruire una “linea temporale” classificando tra loro gli eventi come simultanei o successivi e mettendoli in ordine.

Possiamo essere certi che il cervello sappia discriminare i mutamenti con precisione ed in maniera oggettiva in modo che questa “linea temporale” corrisponda ad un vero “tempo universale”, al tempo di Chronos? In pratica, siamo sicuri che ciò che è avvenuto nel passato rispetto ad un dato momento lo sia davvero in maniera incontestabile? Sembra che i meccanismi della nostra mente siano più laboriosi e complessi rispetto ad un semplice lavoro di rigorosa trascrizione degli stimoli.

Alcuni neurologi hanno condotto interessanti esperimenti tesi proprio alla ricerca dell’”inganno”, dei fattori che possono influenzare la posizione data dal cervello agli eventi sulla nostra linea temporale. Fendrich e Corballis (R. Fendrich, P. M. Corballis, Temporal cross-capture of vision and audition, in Perception and Psychophysics, Psychonomic society, Austin 2001) hanno condotto un esperimento nel quale ai soggetti veniva chiesto di indicare il tempo in cui veniva emesso un lampo di luce riferendosi ad un puntatore che ruotava su un quadrante. Se il lampo era preceduto da un suono improvviso, come un click, i soggetti anticipavano la reale posizione temporale del lampo per avvicinarla a quella del suono.


Un altro esperimento (M. Eagleman, A. O. Holocombe, Causalità and the perception of time, in Cognitive Sciences, New York 2002) mostra come, se sentiamo un suono non provocato da noi, lo giudichiamo diversamente rispetto ad un suono che noi abbiamo causato. In questo caso i soggetti venivano posti davanti ad una macchina con un tasto che, se premuto, faceva produrre un suono breve. In alcuni casi il meccanismo funzionava normalmente, mentre in altri i ricercatori, all’insaputa dei soggetti, scollegavano il tasto e prevenivano i soggetti producendo il suono un po’ prima della premuta effettiva del pulsante. Nella maggior parte dei casi il risultato rimaneva lo stesso: i soggetti affermavano che il suono aveva seguito la pressione del tasto poiché erano convinti di averlo causato entrambe le volte.

Sempre Eagleman e Holocombe hanno mostrato come, se facciamo partire una barretta mobile nello stesso momento in cui viene emesso un lampo di luce proprio sotto la barretta, il lampo viene giudicato come precedente alla messa in movimento della barretta, anche se, in effetti, i due eventi sono avvenuti simultaneamente.

Un ultimo, semplice esempio ci mostra come non solo suoni, luci e la convinzione di aver causato l’emissione di uno stimolo modificano la corretta posizione temporale di ciò che percepiamo. La memoria, infatti, è uno degli elementi che più concorre a cambiare le carte in tavola. Se, come ci suggeriscono Dennet e Kinsbourne, (Dennet, M. Kinsbourne, Time and the Observer: the Where and When of Consciousness in the Brain, in Behavioral and Brain Science 15, Cambridge University Press, Cambridge 1992) vediamo una donna senza occhiali che corre e che ci fa ricordare di un’altra donna, questa volta con gli occhiali, i nostri due ricordi si potrebbero fondere, generando un’immagine di una donna con gli occhiali che corre.

Questo è un semplice esempio di come uno stimolo precedente venga modificato da qualcosa che è successo dopo (il ricordo della donna con gli occhiali) e di come poi venga tutto ricondotto al primo momento della percezione facendoci affermare che ciò che abbiamo visto all’inizio era una donna con gli occhiali che correva.

Naturalmente questi piccoli “scherzi” che ci tira il cervello non sono tali da compromettere la comunicazione o l’interazione col mondo. Il tempo che impiega un suono per arrivare all’orecchio del nostro vicino e la velocità di trasmissione della luce sono altri piccoli “lag” che la mente gestisce tranquillamente permettendoci di poter credere ad un Tempo universale. Non è detto che un tempo del genere debba necessariamente esistere indipendentemente dall’uomo, ma sicuramente il pensarlo presenta notevoli comodità.


(26/10/2007)