IL TEMPO DEL FOTOGRAFO: TEMPO DI POSA ED ESPOSIZIONE
Il tempo in fotografia non concerne soltanto il problema della rappresentazione, ma innanzitutto quello tecnico della realizzazione della foto, quello che riguarda in prima persona l’operatore, il fotografo. E’ in questo caso che occorre parlare di tempo di posa ed esposizione.
di Claudia Bruno
Per tempo di posa si intende, in gergo tecnico-fotografico, il tempo (frazioni di secondo) durante il quale la pellicola viene esposta alla luce al momento dello scatto. Le macchine fotografiche analogiche hanno una meccanica interna tale che la pellicola è situata dietro una “tendina”, e quest’ultima chiamata otturatore separa la pellicola dal foro dell’obiettivo (diaframma), quindi dalla sorgente di luce.
Quando il fotografo preme il pulsante per scattare la foto, l’otturatore si alza e si riabbassa (meccanicamente o elettronicamente) ad una velocità proporzionale al tempo stabilito dal fotografo stesso, lasciando che la pellicola sia colpita dai raggi luminosi, quindi che si impressioni restando esposta per quella durata.

Il tempo di posa può essere scelto al momento dello scatto tra un ampia gamma di valori, la cui estensione varia a seconda della macchina, ma che in genere raggiunge come misura minima 1/1000 di secondo. Esiste poi la famosa “posa B” ossia quell’opzione per cui il tempo di apertura/chiusura dell’otturatore dipende esclusivamente dalla durata della pressione del dito del fotografo sul pulsante. In questo caso l’otturatore lascia passare la luce appena viene premuto il pulsante e si riabbassa solo quando il dito si alza dal pulsante. Quest’ultima soluzione è utilizzata in situazioni particolari per realizzare effetti specifici, ad esempio fotografare un soggetto fermo di notte, o un soggetto in movimento per ottenere la “scia”.

Naturalmente il risultato ottenuto dipenderà dalla quantità di luce che ha raggiunto la pellicola, quindi non solo dal tempo di posa, ma anche dall’apertura del diaframma (oltre che dal grado di sensibilità della pellicola utilizzata).



Ma lasciamo parlare gli esperti, vediamo cosa dice a proposito dell’ esposizione, l’ “Enciclopedia pratica per fotografare- Fabbri editori(1979) ”:

“L’esposizione, nell’accezione scientifica della parola, è il prodotto dell’intensità della luce che raggiunge la pellicola e del tempo durante il quale la luce agisce. In termini di fotografia pratica indica quella particolare combinazione di apertura di diaframma e di tempo d’otturazione necessaria per ottenere buone fotografie.

Tutti i sistemi di misura dell’esposizione forniscono indicazioni sotto forma di una serie di tempi di otturazione e di apertura di diaframma; e il fotografo ha il compito di scegliere tra le tante corrispondenti, la coppia tempo/diaframma che gli sembra più adatta al soggetto che deve riprendere e all’attrezzatura che sta usando: un tempo breve con un diaframma molto aperto, oppure attraverso diverse possibili coppie di valori, un tempo lungo con un diaframma molto chiuso. Nessun esposimetro può scegliere tra le varie coppie di dati la combinazione più adeguata. La decisione dipende dal fotografo, che valuterà in base alle specifiche esigenze di ogni ripresa. (Unica eccezione è rappresentata dagli automatismi d’esposizione di tipo programmato, che si comportano secondo una logica precostituita dai progettisti, in fabbrica).

L’esposizione effettiva rimane costante scegliendo una qualunque combinazione tempo/diaframma tra coppie cosiddette equivalenti. Il fotografo però preferirà una sola tra le numerose coppie di valori che comunque determinano una corretta esposizione della pellicola alla luce. La decisione di optare per una ben determinata regolazione dipenderà dalla necessità di conciliare tra loro due elementi opposti. Uno è l’opportunità di diaframmare l’obiettivo: a diaframma più chiuso si godrà di una maggiore profondità di campo; l’altro è il bisogno di mantenere breve il tempo di posa in modo che il moto del soggetto o un possibile movimento dell’apparecchio fotografico tenuto a mano libera non producano un effetto di mosso sull’immagine. Anche se la ghiera di messa a fuoco di un apparecchio fotografico è stata regolata per riprendere un soggetto a una certa distanza (piano di massima nitidezza), si constata che anche zone che si estendono anteriormente e posteriormente al soggetto stesso appaiono ancora accettabilmente nitide.

Questo insieme di zone di complessiva sufficiente nitidezza è chiamato profondità di campo nitido disponibile. Oltre che da altri fattori legati alla progettazione ottica, la profondità di campo nitido è legata al diametro di apertura del diaframma: più questa è piccola, più si estende la profondità di campo. Perciò, nella scelta di una combinazione tempo/diaframma, l’apertura del diaframma deve essere sufficientemente piccola per garantire una profondità di campo tale da far risultare nitidi nella fotografia tutti i soggetti che interessano.



Normalmente, questa esigenza (che comporta una riduzione della quantità di luce che attraversa l’obiettivo per impressionare la pellicola e dunque richiede che la luce entri nell’apparecchio per un tempo più lungo, al fine di mantenere invariata ed esatta l’esposizione complessiva), contrasta con l’esigenza di non ottenere un’immagine mossa. Infatti, più l’esposizione è breve e minore è l’effetto di mosso, che può essere a volte completamente annullato anche per soggetti in movimento rapidissimo, adottando i tempi più brevi disponibili.

Quindi, ricapitolando, è necessario un diaframma che assicuri una profondità di campo tale per cui il soggetto o i soggetti che interessano siano a fuoco, ed è altresì necessario un tempo di posa abbastanza breve da rendere praticamente invisibile l’effetto di mosso che deriva dal movimento del soggetto. Per ciò che riguarda il tempo di posa questo non dovrebbe, nella maggior parte dei casi, essere più lungo di 1/60 di secondo (meglio anzi 1/125 sec, specie se si utilizzano fotocamere 35mm) al fine di ridurre a valori insignificanti le vibrazioni della mano del fotografo, così che l’immagine non corra il pericolo di subire danni derivanti da movimenti accidentali dell’apparecchio.
Fotografi dal polso particolarmente fermo sono in grado di scattare a mano libera con tempi anche notevolmente più lunghi, ma questa abilità non può essere ritenuta una regola. Viceversa, si può dire che adottando focali più corte rispetto a quella dell’obiettivo normale, è possibile ridurre sistematicamente il rischio di “mosso” e scendere, pur scattando a mano libera, a valori di otturazione sensibilmente più lenti.”




(23/11/2007)