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Ma lasciamo parlare gli esperti, vediamo cosa dice a proposito dell’ esposizione, l’ “Enciclopedia pratica per fotografare- Fabbri editori(1979) ”:

“L’esposizione, nell’accezione scientifica della parola, è il prodotto dell’intensità della luce che raggiunge la pellicola e del tempo durante il quale la luce agisce. In termini di fotografia pratica indica quella particolare combinazione di apertura di diaframma e di tempo d’otturazione necessaria per ottenere buone fotografie.

Tutti i sistemi di misura dell’esposizione forniscono indicazioni sotto forma di una serie di tempi di otturazione e di apertura di diaframma; e il fotografo ha il compito di scegliere tra le tante corrispondenti, la coppia tempo/diaframma che gli sembra più adatta al soggetto che deve riprendere e all’attrezzatura che sta usando: un tempo breve con un diaframma molto aperto, oppure attraverso diverse possibili coppie di valori, un tempo lungo con un diaframma molto chiuso. Nessun esposimetro può scegliere tra le varie coppie di dati la combinazione più adeguata. La decisione dipende dal fotografo, che valuterà in base alle specifiche esigenze di ogni ripresa. (Unica eccezione è rappresentata dagli automatismi d’esposizione di tipo programmato, che si comportano secondo una logica precostituita dai progettisti, in fabbrica).

L’esposizione effettiva rimane costante scegliendo una qualunque combinazione tempo/diaframma tra coppie cosiddette equivalenti. Il fotografo però preferirà una sola tra le numerose coppie di valori che comunque determinano una corretta esposizione della pellicola alla luce. La decisione di optare per una ben determinata regolazione dipenderà dalla necessità di conciliare tra loro due elementi opposti. Uno è l’opportunità di diaframmare l’obiettivo: a diaframma più chiuso si godrà di una maggiore profondità di campo; l’altro è il bisogno di mantenere breve il tempo di posa in modo che il moto del soggetto o un possibile movimento dell’apparecchio fotografico tenuto a mano libera non producano un effetto di mosso sull’immagine. Anche se la ghiera di messa a fuoco di un apparecchio fotografico è stata regolata per riprendere un soggetto a una certa distanza (piano di massima nitidezza), si constata che anche zone che si estendono anteriormente e posteriormente al soggetto stesso appaiono ancora accettabilmente nitide.

Questo insieme di zone di complessiva sufficiente nitidezza è chiamato profondità di campo nitido disponibile. Oltre che da altri fattori legati alla progettazione ottica, la profondità di campo nitido è legata al diametro di apertura del diaframma: più questa è piccola, più si estende la profondità di campo. Perciò, nella scelta di una combinazione tempo/diaframma, l’apertura del diaframma deve essere sufficientemente piccola per garantire una profondità di campo tale da far risultare nitidi nella fotografia tutti i soggetti che interessano.



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