Lampedusa: il paradiso della biodiversità

Siamo giunti quasi alla fine del corso che da quattro anni la Necton Research Society svolge in questo periodo dell’anno nell’isola di Lampedusa col fine di studiare la vita dei cetacei che vivono o sono di passaggio nei mari intorno l’isola. Lezioni teoriche accompagnate da uscite in mare ci permettono di ascoltare il respiro del mare e di queste meravigliose creature che vi abitano.

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di Salvina Elisa Cutuli


Per avvistare i cetacei la virtù fondamentale è la pazienza. Foto di Alessandro Rizzato
Lampedusa 8 aprile - “Il mare è come un libro. Basta saperlo leggere”. Così Antonio Celona – presidente della Necton Marine Research Society – ogni tanto ci sveglia dal “torpore” che ci assale dopo lunghe ore di avvistamento trascorse sul gommone senza scorgere all’orizzonte nessun animale.

La virtù fondamentale in situazione come queste è la pazienza. Non sempre, infatti, ci sono le condizioni migliori per avvistare i cetacei e i giorni appena passati ne sono stati una dimostrazione. Nonostante all’inizio le condizioni meteorologiche fossero dalla nostra parte, a poco a poco il mare ha cominciato a beffeggiarci consentendoci a mala pena di scorgere pochi esemplari di tursiopi (per i profani una variante di delfini) e di rientrare in porto dopo che i malesseri a bordo si “espandevano” a macchia d’olio tra i partecipanti.

La mutevolezza delle condizioni meteo-marine intacca quindi fortemente attività di questo tipo.

A questo difficoltà si aggiungono altri impedimenti che limitano molto lo studio dei cetacei.

Per ovviare a questi problemi gli studiosi hanno elaborato diversi metodi tesi a identificare gli esemplari studiati. Tra questi la fotoidentificazione, l’indagine bioacustica e il monitoraggio satellitare.


Foto di Alessandro Rizzato
Il riconoscimento mediante la fotoidentificazione si basa principalmente sulla individuazione e distinzione dei “markers”, segni o graffi presenti sulla pinna dorsale dei diversi esemplari.

Le pinne dorsali – così chiamate perché poste sul dorso dei cetacei – costituiscono dunque l’elemento distintivo (un po’ come le nostre impronte digitali) per effettuare l’identificazione, in base alla forma, già definita sin dalla nascita, e alle cicatrici e ai graffi che compaiono nel corso del tempo.

I delfini appena nati, oltre che per le dimensioni e i movimenti ancora non coordinati, si riconoscono anche per la presenza di pieghe fetali sul dorso. Queste pieghe derivano dalla posizione che il feto ha assunto all’interno della placenta.

La fotoidentificazione permette di confermare quanto già ad occhio nudo si nota durante gli avvistamenti e/o di individuare, attraverso le foto, nuove note distintive di ogni singolo esemplare. Per far sì che la fotoidentificazione dia maggiori riscontri è necessario fotografare la pinna dorsale da entrambi i lati.

La bioacustica, invece, fornisce un valido aiuto soprattutto durane le ore notturne quando la visibilità non è ottimale. I mammiferi marini, in questo specifico caso i tursiopi, emettono dei suoni che tramite apparecchiature particolari, quali l’idrofono, possono essere localizzati.

I delfinidi in genere producono un’ampia serie di suoni dalle basse frequenze che comprendono fischi, ronzii, guaiti, schiocchi, ecc, sino ad arrivare agli ultrasuoni che riguardano invece l’ecolocalizzazione.


Spesso dietro lo strascico di un peschereccio si possono incontrare delfini in cerca di cibo. Foto di Alessandro Rizzato
Quest’ultimo è un sofisticato mezzo di comunicazione ed auto-comunicazione. Attraverso la produzione di suoni ad altissima frequenza, che prendono il nome di click, questi animali sono in grado di localizzare ed identificare un oggetto nell’acqua.

Durante la lezione pomeridiana la dott. Giorgia Comparetto ci ha fatto ascoltare alcuni suoni emessi da questi meravigliosi animali. Sonorità a dir poco esoteriche, come quella della balenottera comune, o frizzanti e allegre come quella del delfino comune. Tutte accompagnante da un’altra sonorità, che nelle registrazioni si sente in sottofondo, emessa dal mare. Un concerto di energie e frequenze naturali, voce di un mondo sommerso e misterioso, che l’orecchio umano, purtroppo, non riesce a captare.

Infine, il monitoraggio satellitare. Generalmente si utilizza nel caso dei grandi misticeti (come la balenottera comune), ma si tratta di una tecnica che non ha avuto grandi riscontri perché, nel corso degli spostamenti, gli animali hanno più volte smarrito gli strumenti adibiti al monitoraggio, generalmente bullonati nella pinna dorsale.

Avvistare e inseguire gli animali non è sempre facile. I loro spostamenti dipendono principalmente dalla ricerca di cibo e dalla riproduzione. Considerando questi fattori è ad esempio possibile poter scorgere dietro lo strascico di un peschereccio diversi esemplari in cerca di cibo.

Proprio in questi giorni, durante un avvistamento, quando ormai stavamo per rientrare delusi dall’“assenza” di incontri ravvicinati, ci siamo diretti sulla scia di una imbarcazione di pescatori e, come per magia, d’improvviso sono comparsi sette esemplari di tursiopi: adulti, giovani e piccoli.

Questi animali sono amici e allo stesso tempo nemici dei pescatori (nemici perché sono soliti andare a rovistare sullo strascico della rete buttata in mare dai pescatori stessi per le loro operazioni di pesca).

Queste allegre “visioni” hanno totalmente mutato l’atmosfera a bordo del gommone. Durante la giornata, infatti, le vittime del mal di mare sono state più numerose del solito, ma sono bastati alcuni volteggi in aria e qualche esibizioni a prua di questi animali per ridare vita al gommone.


Uno scorcio incantevole dell'isola dei Conigli - Lampedusa. Foto di Alessandro Rizzato
Purtroppo, tra le “apparizioni”, manca ancora quella della balenottera comune che, come abbiamo più volte ricordato, è solita attraversare questo lembo di mare in questo periodo dell’anno.

Le emozioni che si provano in questi momenti sono come le onde del mare grandi e infinite che accompagnano ogni istante di vita in questa piccola isola frastagliata da venti e da contrastate correnti.

Un lembo di terra abitato da gente vivace e molto ospitale come il Sig. Bolino, detto “U Francisi” per aver lavorato tanti anni sulle barche dei Francesi, con cui abbiamo scambiato due chiacchiere. Le sue parole, piene di rammarico e sconforto, dipingono un’isola non molto felice, abbandonata dai turisti che, a suo dire sarebbero impauriti dalla presenza esagerata di poliziotti e forze dell’ordine e dalle notizie dei continui sbarchi riproposte quotidianamente dalle televisioni.

Nonostante l’isola non viva i suoi tempi migliori, in mare c’è chi fluttua tra le onde e forse in parte “gode” della non presenza dell’uomo che, spesso, come accade in terre incontaminate come questa, altera gli equilibri della natura e degli animali, annullando così ciò che contraddistingue l’intero pianeta: la biodiversità.

16 Aprile 2009 - Scrivi un commento
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Un lettore ha commentato questo articolo:
14/5/09 13:08, maia ha scritto:
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