L'Urlo

La delega dell'esistenza

Il Senato ha approvato un ddl che concede al medico la libertà di non rispettare la volontà del paziente in caso questi si venga a trovare in situazioni in cui non può più essere in grado di decidere. Se questa legge verrà confermata dalla camera, il testamento biologico, di fatto, non avrà più valore.

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di Valerio Pignatta

Albero
La morte è un passaggio fondamentale della vita di un essere vivente. A chi spetta decidere su di essa?
Il 26 marzo scorso il Senato ha approvato un disegno di legge che concede al medico la libertà di rispettare o meno la volontà del paziente in caso questi si venga a trovare in situazioni in cui non può più essere in grado di decidere direttamente sui propri trattamenti medici.

Se questa proposta legislativa passerà anche alla Camera, la Dichiarazione anticipata di trattamento, il cosiddetto testamento biologico, non varrà cioè più nulla. Anche contro la volontà liberamente espressa e raccolta dal medico di famiglia, i trattamenti che prolungano l'agonia potrebbero essere somministrati comunque secondo le idee del medico in cui si incappa.

Come ha riportato il sito del quotidiano la Repubblica, il vice presidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello ha affermato: «Vogliamo lasciare al medico un margine per poter intervenire a fronte di nuove evidenze scientifiche». Come se tutta l'esistenza fosse ormai un problema di presenza o assenza di informazioni. Una metafora di questa società informatica che però lascia il tempo che trova in termini morali ed esistenziali.

Come ha sottolineato vent'anni fa uno studioso della società tecnica, Neil Postman, «I nostri problemi più gravi non sono di ordine tecnico e non sono la conseguenza di una informazione insufficiente. Se si verifica una catastrofe nucleare, non sarà a causa di una informazione insufficiente; e se c'è gente che muore di fame, questo non accade per via di una informazione insufficiente, che non è la causa neppure della rovina delle famiglie, dei maltrattamenti ai minori, del terrore provocato dalla violenza in una città, dell'inadeguatezza dell'istruzione» (N. Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993, p. 111)

Piergiorgio Welby
Piergiorgio Welby, morto il 20 dicembre 2006 dopo che un medico ha spento le macchine
Appellarsi alle evidenze scientifiche significa in ultima analisi appellarsi alle “macchine” e non al pensiero. Negli ultimi due secoli il medico ha abbandonato gradualmente il suo legame col paziente e con quello che esso aveva da dirgli e l'ha sostituito con la devozione all'evidenza tecnologica, ossia a quello che gli dice la “macchina” o i risultati dell'elaborazione di varie “macchine”, siano esse diagnostiche, curative o di ricerca.

La percezione del paziente è andata facendosi sempre più indiretta perché passa attraverso uno schermo di macchine, specialisti, laboratori, risultati statistici ecc. In questo modo il medico si estranea sia dal processo diagnostico che dal proprio giudizio personale finale.

In questo quadro è chiaro che la motivazione che il medico, per il suo comportamento di fronte a un moribondo, può appellarsi o riferirsi a scoperte scientifiche più aggiornate non regge. Si tratta chiaramente di una parodia.

I valori e la volontà di un essere umano sono inerenti il suo percorso di vita, le sue convinzioni filosofiche ed è una violenza inaudita, direi totalitaria, annientare tale individualità di interpretazione dell'esistenza in nome della tecnicizzazione dell'esistente.

La capacità degli esseri umani di avere una percezione d'insieme delle cose (con le loro peculiarità psichiche, emotive e morali) è stata svalutata e sostituita con la fede nei poteri del calcolo tecnico-scientifico sommato paradossalmente all'invasione feroce dei dogmi religiosi applicati forzatamente a tutti gli esseri, indipendentemente da quelle che sono le loro riflessioni sulle cose ultime. Un vero dramma esistenziale e teologico, che Dio esista o meno.

La maggior parte dei medici si basa interamente sulle “macchine” e sulla “tecno-scienza” e ha anche perso la capacità di vedere il paziente come un essere senziente e non un collage di organi e cellule alla sua mercé.

Il potere dittatoriale sanitario è in piena espansione. Dalla culla alla tomba siamo sempre più ingabbiati in una sorta di stalla per l'allevamento di cittadini-pazienti, produttori di merci inutili, consumatori di immondizia laccata e fornitori di materiale biologico per i turpi commerci del sistema del tecnobusiness sanitario.

Eluana Englaro
Il padre di Eluana Englaro ha combattuto per anni per far rispettare la volontà della figlia. Cosa sarebbe successo con la nuova legge?
Dalla inseminazione artificiale alla vaccinazione forzata, dalla medicalizzazione dell'esistenza (con l'aggiunta della “normalizzazione” coatta di abitudini come fumo, alcool ecc.), al mercato degli organi e alla espropriazione del proprio corpo, l'invasione medica non ha più confini nella nostra vita. Salute über alles.

«Quando la salute viene equiparata alla libertà, la libertà come concetto politico scompare» ha osservato acutamente lo psichiatra statunitense di origine ungherese Thomas Szasz (T. Szasz, Farmacrazia, Spirali, Milano, 2005, p. 327). Sempre Szasz ci invita a riflettere che «Lo stato terapeutico inghiotte ogni cosa umana, con la motivazione, apparentemente razionale, che nulla si sottrae alla sfera della salute e della medicina, esattamente come lo stato teologico ha inghiottito ogni cosa umana con la motivazione, assolutamente razionale, che nulla sfugge alla provincia di Dio e della religione» (Ibid., p. 338).

Lo stato terapeutico è per la tirannide. Il ricorso e l'invocazione dello stato terapeutico da parte dei cittadini serba questa amara sorpresa. La delega della propria esistenza si paga in termini di sofferenza e di perdita di libertà. Si spera che sempre più persone ne prendano coscienza e agiscano di conseguenza.

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1 Aprile 2009 - Scrivi un commento
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