Il protocollo di Kyoto compie tre anni

E non è solo tempo di festeggiamenti: cogliamo l'occasione per fare il punto su quanto le direttive di Kyoto siano state recepite e applicate in Europa e nel resto del mondo.

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di Miriam Giudici


Uzbekistan. Desert Kizil Kum. Takir
Il 16 febbraio di tre anni fa entrava in vigore il protocollo di Kyoto: un'intesa per cui le Nazioni aderenti si davano l'obiettivo di ridurre, nel periodo 2008-2012, le emissioni di gas serra (anidride carbonica in primis) del 5,2% rispetto a quelle registrate nel cosiddetto “anno base” 1990. Il protocollo si sviluppa in 28 articoli che riguardano svariati campi: le politiche energetiche, i processi industriali, la produzione di rifiuti, l'agricoltura, la protezione delle foreste.

In questi tre anni non si è lavorato solo per elaborare strategie e linee di intervento che potessero rendere raggiungibile questo obiettivo: si è, anzi, alzata ulteriormente l'asticella dei risultati da ottenere.

Alla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici del prossimo anno, che si terrà a Copenaghen, si spera infatti di poter arrivare a un accordo vincolante che coinvolga non solo i Paesi più industrializzati, ma anche le economie emergenti, e di allargare quindi il ventaglio delle nazioni aderenti nei fatti al protocollo.

L'Europa è in prima linea su diversi fronti: non solo ha approvato recentemente un “pacchetto clima” che si dà obiettivi ambiziosi nell'ambito della riduzione delle emissioni di CO2, ma ha anche avviato un lavoro diplomatico su due giganti che è impensabile lasciare al di fuori degli accordi internazionali in fatto di cambiamenti climatici. Cina e India, infatti, sono due economie che emergono prepotentemente e che in futuro peseranno sempre di più nell'andamento del mercato globale, e, inevitabilmente, vedranno crescere in modo vertiginoso le loro emissioni di gas serra: questi due Paesi al momento hanno ratificato il protocollo di Kyoto, ma fino ad ora sono stati esonerati dall'obbligo di applicarlo, in quanto ritenuti responsabili di una parte trascurabile di emissioni. È evidente che nei prossimi anni non potranno però più essere considerati tali.

Ma se Cina e India sono due Paesi che devono conciliare le esigenze del loro sviluppo industriale ed economico con la salvezza del pianeta, non è da meno un altro titano, non certo da annoverare fra le economie emergenti ma responsabile di una grotta fetta delle emissioni di gas serra: gli Stati Uniti.

Gli Usa sono infatti usciti dall'intesa poco dopo l'elezione dell'attuale presidente George W. Bush, la cui salita al potere è stata sostenuta e finanziata da quei gruppi industriali che poggiano la loro fortuna sull'uso di combustibili fossili (compagnie petrolifere in testa), e che hanno fatto pressione affinché un protocollo che spinge all'adozione di politiche energetiche basate su fonti rinnovabili, come quello di Kyoto, fosse rigettato.

Attualmente siamo quindi in una situazione di grande attesa: non solo nel giro di un anno si discuterà se applicare gli obblighi di Kyoto a Cina e India, ma le prossime elezioni americane potrebbero portare a un cambiamento nella politica degli Usa verso il protocollo. Sono le decisioni di questi tre paesi che potranno veramente far capire, in tempi relativamente brevi, se il protocollo di Kyoto rimarrà lettera morta e appannaggio di Nazioni importanti, sì, ma relativamente poco incisive sul totale delle emissioni di CO2, oppure se sarà possibile una vera cooperazione internazionale, imprescindibile nell'affrontare un problema che è di scala planetaria.

Aspettando gli importanti sviluppi futuri, possiamo in parte rallegrarci per alcune buone notizie: per prima cosa, il già ricordato impegno dell'Unione Europea a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020, facendo sempre più ricorso a fonti rinnovabili per la produzione di energia.

E poi, la Dichiarazione di Tokyo del 15 febbraio 2008, promossa dal WWF, che estende l'impegno per il pianeta dai governi statali ai colossi dell'economia mondiale: multinazionali come Sony, Nike, Nokia, e Allianz sono d'accordo nell'agire concretamente, in prima persona e spingendo sui propri fornitori e rivenditori, in favore di politiche energetiche sostenibili, con l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro i 2° nei prossimi 10-15 anni.

La speranza è che questi compleanni e queste intese si traducano in azioni incisive e non rimangano solo pura retorica, né tantomeno un'occasione per alcune multinazionali di ripulire superficialmente la propria immagine. Ma sono in ogni caso un sintomo in più per constatare quanto, finalmente, il problema dei cambiamenti climatici sia entrato nell'agenda di Stati, istituzioni e persino soggetti privati, di quanto la sua esposizione mediatica sia aumentata e di come stia entrando prepotentemente nelle preoccupazioni delle persone comuni.

Se il primo passo nell'affrontare un problema è prenderne consapevolezza, siamo sulla strada giusta: ma la velocità delle alterazioni climatiche e delle reazioni del nostro pianeta è molto alta, e le azioni dell'umanità devono necessariamente tenerne il passo.

17 Febbraio 2008 - Scrivi un commento
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