Quanto ci costa una cotoletta alla diossina?

Dopo lo scandalo della carne alla diossina irlandese, le cose sembrano tornate alla normalità e i riflettori dei media si sono già spostati altrove. In realtà, però, le rassicurazioni fornite ai cittadini sono state alquanto frettolose e la situazione sembra essere più grave di quanto appaia.

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di Giada Saint Amour di Chanaz


Una cotoletta di maiale irlandese prima della sua "preparazione"
Siamo di fronte all'ennesimo scandalo alimentare e, tutto sommato, sembra che ormai i governi ed i media si siano stancati di scandalizzarsi. La notizia del maiale contaminato dalla diossina è stata "gestita" come uno spiacevole ma necessario effetto collaterale del nostro sistema alimentare.

Il "dossier" è stato trasmesso a chi di dovere, ovvero la European Food Safety Authority (EFSA), che dovrebbe garantire la nostra sicurezza alimentare. Essa ha minimizzato la faccenda con la seguente dichiarazione: "Nel caso più estremo, in cui una persona abbia mangiato ogni giorno per tutto il periodo dell'incidente (90 giorni) grandi quantità di carne suina irlandese, il 100% della quale fosse contaminata da diossine, nella più alta concentrazione registrata, (...) tale scenario improbabile ridurrebbe la protezione, ma non comporterebbe necessariamente effetti avversi sulla salute."

La diossina è altamente tossica e cancerogena. Sappiamo che sono stati riscontrati livelli di diossina nella carne che superano da 80 a 200 volte i limiti legali in 10 allevamenti irlandesi. Se i limiti legali sono stati fissati su basi scientifiche, questi dati smentiscono a priori il curioso atteggiamento rassicurante di quegli organismi pubblici che dovrebbero invece tutelarci. La frase "non comporterebbe necessariamente effetti avversi sulla salute" non è affatto rassicurante, e viene da chiedersi chi stia realmente difendendo l'EFSA, finanziata dal contribuente.

Oltre al rischio di tumore ed al finanziamento di una struttura di controllo burocratica poco affidabile, c'è un altro costo indiretto del maiale che ricade sul cittadino-consumatore-contribuente, ed è il costo della crisi di settore. Il governo irlandese, infatti, per togliere dal mercato come era suo dovere la carne contaminata, è stato "costretto" dalle lobby degli allevatori a fornirgli un indennizzo di ben 292 Milioni di dollari di denaro pubblico, ai quali si sommeranno 24 Milioni dalle casse della Commissione Europea.


La copertina di "Non c'è sull'etichetta", un libro di Felicity Lawrence
Questi elementi illustrano bene la frase di Felicity Lawrence, nel suo libro "Non c'è sull'etichetta", che in risposta alla nostra domanda “perché pagare di più quando troviamo tre cotolette al prezzo di una al supermercato?” sembra risponderci: "Noi paghiamo già di più, forse non alla cassa ma di sicuro in moltissimi altri modi."

I costi indiretti del cibo industriale, difatti, sono molto più elevati di quanto non si creda, e che riguardino l'ambiente, la salute o la fragilità del sistema alimentare e della sua economia, incidono realmente sulle nostre vite e sulle nostre borse. Il gioco a ribasso dei prezzi, l'ampia scelta e la convenienza che spesso ci attirano celano una certa mancanza di serietà nel trattare un argomento grave che mette in gioco la nostra salute fisica oltre che quella mentale.

Come mai la maggior parte degli scandali emersi riguardava prodotti di origine animale?

Innanzitutto, non è un caso che la maggior parte degli scandali coinvolga prodotti di origine animale. L'animale è la rappresentazione più concentrata dell'intera catena alimentare ed agricola, è colui che eredita e sintetizza tutte le disarmonie e le violenze che opera l'agricoltura industriale. E' anche un organismo complesso, in grado di sviluppare emozioni e patologie relative alle sue condizioni di vita e di morte.

L'animale è il prodotto congiunto dell'agricoltura che lo ha preceduto e delle condizioni nelle quali è stato allevato, e nessuno dei due al momento lascia presagire carni molto salutari. Avendo avuto l'occasione di esplorare questi settori e la filiera lunga che conduce agli scaffali dei principali supermercati, sarei altresì stupita se la carne che vendono non presentasse alcun effetto dannoso.

Come si coltivano la soja od il mais destinati ai mangimi? La terra viene prima svuotata dei microrganismi che la rendono fertile, poi "dopata" di fertilizzanti, i semi che si piantano sono spesso geneticamente modificati ed anch'essi sono in molti casi sterili. La crescita viene accelerata in campi da monocultura dove stanno sparendo persino le api impollinatrici. La raccolta è meccanizzata e brutale per la pianta. Il raccolto viene trasformato con l'aiuto di agenti chimici, macchinari, spesso a caldo.


La copertina del libro "Cosa mangia il pollo che mangi?" di Giada Saint Amour di Chanaz
Il mangime che ricevono gli animali d'allevamento si trova così privo di minerali, vitamine ed altri nutrimenti vitali, è particolarmente saturo invece di calorie e di proteine. Pur di far crescere in fretta la massa muscolare, siamo arrivati a far mangiare alle mucche (ruminanti e vegetariane) le ossa tritate dei loro simili.

Gli animali di allevamento sono così fortemente soggetti ad ogni genere di malattia (vivono in genere in condizioni igieniche pessime, permanentemente a contatto con i loro escrementi, in capannoni bui, umidi e senza luce) che ricevono quotidianamente dosi massicce di antibiotici, per prevenire eventuali malattie che si contagerebbero subito. Ingerendo carne di allevamento, il consumatore assume nella maggior parte dei casi residui di antibiotici, che possono vanificare tutti i suoi sforzi per evitarli, abbassando suo malgrado e a sua insaputa il livello delle difese immunitarie.

Tutto il percorso dalla terra alla tavola è una lunga catena produttiva funzionale e violenta che ignora totalmente gli equilibri del vivente. Nel recente documentario "We feed the world", vediamo migliaia di fragili pulcini appena usciti dall'uovo nelle incubatrici, rovesciati a casse come fossero oggetti inanimati sui nastri trasportatori dove con sguardi terrorizzati rotolano uno sull'altro, rompendosi le zampe, pigolano sconvolti. Tutte cose che sapevo, e non pensavo ma ho pianto. Ho pianto ed ho sofferto di fronte a queste immagini, mentre non ho pianto né sofferto quando mi è capitato di uccidere io stessa un felicissimo pollo ruspante che aveva vissuto una vita degna e che abbiamo mangiato con religiosa devozione.

La magia del petrolio e la nascita del consumatore urbano

Com'è possibile, vi chiederete, che la nostra industria alimentare si sia trasformata così rapidamente e senza che ce ne accorgessimo, sino ad arrivare a un livello di funzionalismo che definirei macabro? E' molto semplice. C'è una vecchia favola secondo la quale l'economia si è "terziarizzata", e così possiamo tutti vivere felici lavorando solo sul web. Abbiamo letteralmente "rimosso" un anello della catena fondamentale. La terra. Abbiamo dimenticato che la terra ci nutre, e che se non la lavoriamo noi, la lavora qualcun altro (nei paesi del Sud del mondo dove la mano d'opera è decisamente più economica), o la lavorano dei macchinari alimentati dal petrolio.

La magia del petrolio, che avrà fine tra breve, ci ha fatto dimenticare la sua origine: il petrolio è il sangue della terra, è ciò che di più prezioso e di più concentrato essa ha prodotto. Dopo 12.000 anni di agricoltura, lo abbiamo scoperto e lo stiamo bruciando in una vampata di fuochi d'artificio in poco più di un secolo.

Che uomini stolti e immaturi, che siamo. È stato il petrolio a permettere i trasporti su lunghe distanze. È stato lui a far sì che ci concentrassimo in centri urbani che contano oltre 10 milioni di abitanti, disertando le campagne e delegando ai macchinari ed alle "fabbriche di carne" il compito di rifornirci di alimenti e di trasportarceli vicino.

Le strade a nostra disposizione per riconquistare la sicurezza e l'autonomia alimentare.

Come può, adesso, un abitante urbano recuperare il controllo sulla filiera del suo approvvigionamento alimentare? Come può non essere in balìa di un sistema nel quale sono sempre di più le spie rosse che lampeggiano?

Non credo che ci siano autorità di sicurezza in grado di fornirci garanzie, anche perché il mercato è a tal punto globalizzato che i governi hanno sempre maggiori difficoltà a controllarlo, le frodi sono la regola. Un settantenne che aveva lavorato per quarant’anni in un grande macello del bolognese mi raccontava come ultimamente, lo facessero lavorare per settimane intere per rietichettare illegalmente carne di provenienze o scadenze diverse.

Questi scandali sono una buona occasione per iniziare a riflettere, ed imboccare alcune strade più salutari, più solidali e più ecologiche:

- preferire il mercato al supermercato, anche perché la presenza di numerosi piccoli rivenditori favorisce la vendita dei prodotti degli agricoltori di piccola e media scala, mentre le centrali di acquisto dei supermercati impongono un volume di produzione e un'uniformità del prodotto del tutto incompatibile con la dimensione ecologica dell'agricoltura;

- cucinare un pochino di più e ridurre la quantità di prodotti pronti che acquistiamo, ma anche la carne che acquistiamo per facilità; ne beneficerà sia la nostra salute che quella del pianeta, poiché gli allevamenti intensivi producono moltissimo CO2, e sottraggono cibo commestibile alle popolazioni, investendolo sulla produzione di bistecche per i paesi ricchi;

- dotarsi di un calendario delle stagionalità e comperare le verdure (ed in parte anche le carni) nella stagione giusta, per guadagnare freschezza e risparmiare energia nel trasporto o nel riscaldamento delle serre;

- preferire sempre i prodotti che vengono da vicino, dalla propria provincia o regione, perché controlliamo più facilmente il processo produttivo, perché non hanno viaggiato ed inquinato, perché sono stati raccolti maturi ed hanno goduto del sole fino all'ultimo, concentrando più vitamine e sali minerali.

Ma soprattutto, ricominciare a pensare che le piante e gli animali hanno un'anima e delle emozioni, così come ce l'hanno i piatti che cuciniamo; che il cibo attorno al quale si forma il convivio, e con il quale alleviamo i nostri figli non è solo un banale carburante. È il volto concreto del nostro rapporto con madre natura.

Giada Saint Amour di Chanaz è autrice del libro “Cosa Mangia il Pollo che Mangi”, Arianna Editrice.

16 Dicembre 2008 - Scrivi un commento
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Un lettore ha commentato questo articolo:
26/2/09 11:26, Carlo ha scritto:
Ma vorrei sapere se l'autrice dell'articolo è mai entrata in un allevamento di polli. L'igiene ed il controllo delle malattie sono fattori indispensabili che gli allevatori seguono con scrupolosità. I mangimi poi, sono estremamente bilanciati, esclusivamente di origine vegetale e OGM Free.
I polli vengono vaccinati in incubatoio e seguiti dai veterinari, che riservano l'uso di antibiotici solo quando necessari e rispettando i tempi di sospensione per arrivare al macello con residuo 0 (zero).
E' ora di finirla con questo terrorismo ingiustificato del prodotto Made in Italy. Che la gente prima di parlare, si documentasse. Eviterebbe così di uscire con affermazioni non veritiere.

Arianna Editrice
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