Vivere Ecologico

Insetti in scatola e pronto soccorso per vespe

Da sempre il rapporto tra bambini e insetti non è stato tra i più sereni, oscillando il più delle volte tra crudeltà e timore. Ma a chi spetta il compito di insegnare ai piccoli a rispettare tutti gli animali e a non averne paura? Comprare ai nostri figli insetti in scatola può essere una soluzione?

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di Laura Bonaventura


Durante il mese di agosto su quotidiani, riviste e televisione ha imperversato la campagna pubblicitaria di un’enciclopedia a fascicoli dedicata al mondo degli insetti. Sulla spiaggia delle mie vacanze non c’era bambino che non ne avesse una copia, segno che il martellamento dei media aveva fatto centro.

“Cosa c’è di male?” penserete voi. Infatti ho tralasciato un particolare. La maggiore attrattiva della nuova enciclopedia consisteva nel macabro “regalo” allegato ad ogni fascicolo: un vero esemplare di insetto morto e mummificato in una scatolina di materiale plastico trasparente. Allegato al primo fascicolo: il calabrone.

Sciami di cuccioli d’uomo dai 3 ai 12 anni correvano felici da un’ombrellone all’altro confrontando i rispettivi sventurati insetti finiti inscatolati. La venatura sadica e la mostruosità della situazione non era colta né dai protagonisti (i bambini, non i calabroni, che devono averla sicuramente percepita) né dai genitori, tutti resi acritici dal “verbo” televisivo, in grado di sdoganare nelle nostre anime intorpidite qualsiasi contenuto.

Non c’è dunque nessuna speranza per una coscienza non dico ecologica, ma almeno umana? Niente affatto, ancora una volta tutto dipende da noi.


Piccolo cittadino, il mio bambino di quattro anni aveva iniziato la vacanza nutrendo un particolare timore proprio per gli insetti, non avendo con essi alcuna familiarità – come d’altronde con qualsiasi altro animale ad eccezione dei piccioni, dei ratti del lungotevere e delle papere del parco pubblico. Mosche, ragni, vespe, calabroni (vivi) e via dicendo provocavano quindi fughe degne di Speedy Gonzales.

La mia campagna pro-insetti è cominciata con le coccinelle, simpatiche abitanti del giardinetto vicino al mare. Chi può non amare una deliziosa coccinella rossa a pois? Lui ne è stato subito conquistato. Con estremo rigore scientifico, gli ho spiegato che bisogna assolutamente farsele camminare sulla mano, perché così portano fortuna. Acquisita questa incofutabile verità, il primo passo era fatto.


Ci siamo quindi dedicati allo studio dei ragni. Ho scoperto che, a guardarsi intorno, il mondo è ricoperto di ragnatele. Così abbiamo passato mezz’ore a guardarli tessere, calarsi e risalire su e giù da fili sottilissimi, perdendoci in dotte disquisizioni sulle somiglianze e le differenze di stile tra l’opilione, il ragnetto delle case e l’uomo ragno.

Con le mosche la faccenda si presentava più complicata, data la poco simpatica abitudine di infastidire gli esseri umani girando e rigirando loro intorno, da cui la nota espressione “mi è saltata la mosca al naso”. Il caso ha però giocato a mio favore: una mattina la spiaggia era ricoperta di vermetti bianchi: tutti si interrogavano sulla loro provenienza e natura. Interpellato telefonicamente, il papà ha sentenziato che di certo quei vermetti si sarebbero presto trasformati in mosconi azzurri.

Ignoro se questa affermazione abbia una qualsiasi veridicità, tuttavia il fantomatico “moscone azzurro” è diventato all’istante uno dei protagonisti positivi della fantasia di mio figlio, riabilitando in parte anche le sue parenti povere e assai meno attraenti, le comuni mosche della cacca.

“Ma le vespe” – direte voi – “come si fa ad amare le vespe che imperversano sulla spiaggia e ti ronzano intorno nelle docce?”. Ai primi incontri scontri il piccolo gridava: “Aiuto, che schifo!” e io gli dicevo: “Pensa, forse anche la vespa, quando ci vede, strilla: - Aiuto, che schifo questi mostri giganti!”. Addentrandoci nell’ipotetico mondo del vespa-pensiero ed elaborando interessanti teorie di stampo freudiano sulla loro psicologia, abbiamo rotto il ghiaccio.


Poi è accaduto il dramma. Eravamo sotto la doccia a toglierci la sabbia dalle scarpe prima di rientrare a casa, quando una vespa dal Q.I. non eccelso è volata proprio sotto il getto dell’acqua, precipitando a terra nella pozza d’acqua. Nuotava disperatamente, mentre noi la guardavamo, incerti tra il desiderio di salvarla e la paura di sue reazioni inconsulte, nel caso non avesse compreso con precisione il nostro ruolo nella vicenda. Il tempo passava e la vespa, trascinata dalla corrente dell’acqua, è precipitata sotto i nostri occhi nel pozzetto dello scarico.

A quel punto non abbiamo avuto più esitazioni: afferrata la paletta, abbiamo infilato il manico nelle fessure del tombino, riuscendo infine a ripescare la vespa. In un attimo era fuori e miracolosamente sana e salva! Non immaginereste la gioia del bambino; durante tutto il ritorno a casa non faceva che ripetere: “Mamma, sono così contento che abbiamo salvato la vespa!”.


Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Ma le piacevoli sorprese per me non erano finite. Mentre intorno agli scogli imperversava la caccia ai granchi e bimbi già muniti di mini-canne da pesca esibivano ogni giorno macabri trofei destinati a finire nel secchio dell’immondizia – impossibile mangiare quei pesciolini troppo piccoli e troppo nutriti dalla nafta dei motoscafi -, mio figlio è corso a mostrarmi il suo tesoro: due paguri che si affacciavano timidamente dalle loro conchiglie, evidentemente preoccupati dal fatto di trovarsi in un secchiello.

Li abbiamo studiati per un bel po’, ma dopo un’oretta, al momento di andare via, ho fatto la mia domanda: “Allora, cosa facciamo con i paguri?”. La risposta, a quattro anni, non era affatto scontata, eppure non c’è stato un attimo di esitazione: “Li rimettiamo in mare, no?”. Così siamo tornati agli scogli e abbiamo riportato i nostri amici paguri a casa loro.

Insomma, è così difficile insegnare ad un bambino che nessuna creatura, neanche una formica, deve essere uccisa se non per autodifesa?

31 Agosto 2008 - Scrivi un commento
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