Lipari e la Pomice della discordia

Rinviati a giudizio i vertici della Pumex, l’azienda pomicifera eoliana che avrebbe proseguito la sua attività nonostante il divieto. Patrimonio dell’umanità dal 2000, l’arcipelago eoliano rischia così di essere cancellato dalla lista dell’UNESCO.

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di Alessandra Profilio


Un suggestivo scorcio di Porticello
Furto aggravato ai danni dello Stato, violazione delle leggi sulla tutela ambientale, invasione e occupazione di terreni al fine di trarne profitto, deturpamento di beni immobili, distruzione e deterioramento di bellezze naturali: questi i gravi reati, legati allo sfruttamento delle cave di pomice nell’isola di Lipari, di cui dovranno rispondere il presidente e amministratore delegato della Pumex SpA, il direttore tecnico di cava e di stabilimento, ed il capo delle squadre di operai.

I vertici dell’azienda, in seguito alle indagini preliminari, sono stati citati in giudizio dalla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto secondo cui le attività estrattive nella zona soggetta a vincolo paesaggistico sarebbero proseguite nonostante il divieto posto dal 30 aprile 2006. Infatti, a dispetto di quanto sostenuto dalla Pumex, che dichiarava di aver lavorato esclusivamente le scorte disponibili, dalle indagini è emerso che la ditta si è impossessata, tramite attività di escavazione abusiva, di un’ingente quantità di pietra pomice di proprietà demaniale e quindi non proveniente dai depositi.

Come parti danneggiate la Procura ha riconosciuto il Ministero dell’Ambiente, la Regione, l’Unesco e il Comune di Lipari. Si costituirà parte civile Legambiente, il cui presidente nazionale, Vittorio Cogliati Dezza, ha dichiarato in merito alla notizia del rinvio a giudizio dei vertici dell’azienda eoliana: “L’attività estrattiva ha danneggiato un paesaggio prezioso e unico e ha messo in dubbio la permanenza delle Eolie nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Oggi, dopo le nostre reiterate denunce, arriva anche una conferma dalle indagini della procura di Barcellona: l’operato della Pumex era illegale”.


Discesa a mare ai piedi delle cave di pomice
La stessa associazione impegnata per l’ambiente, circa un anno fa, in occasione del sequestro delle cave di pomice di Porticello, aveva definito con amarezza quella di Lipari la “cava della vergogna”.

Nell’isola sono localizzati i più vasti giacimenti di pomice d’Italia, generati da eruzioni di tipo esplosivo conclusesi ormai molti anni fa. Insieme all’ossidiana (vetro generato dal rapido raffreddamento della lava), la pomice è segno visibile dell’origine vulcanica di Lipari, oltre che uno dei beni più preziosi e redditizi dell’intero arcipelago. Questa peculiarità morfologica, infatti, da circa due secoli viene sfruttata per fini commerciali.

La Pumex SpA, Società Italiana per l’industria ed il commercio della pomice di Lipari, fondata nel 1958, è stata la più grande azienda industriale delle Isole Eolie, una tra le prime della provincia di Messina e tra i maggiori produttori mondiali di pomice. Dalla sua miniera a cielo aperto estraeva e selezionava circa 500.000 tonnellate l’anno di materiale destinato a numerosi impieghi industriali (edilizia, intonaci, sapone, ecc.). Gli scarti di lavorazione accumulandosi nel tempo, hanno formato colline di polvere bianca che si riversa direttamente nel mare. Tali collinette hanno rappresentato per molto tempo una grande attrazione per turisti ed isolani che vi si arrampicavano per poi scivolare direttamente in acqua.

Dalla pomice il commercio, dall’ “acquapark” naturale il turismo: il rispetto del paesaggio però non è stato considerato.

L’UNESCO, di cui l’arcipelago delle 7 meravigliose isole vulcaniche è entrato a far parte nel 2000, più volte ha dichiarato che se l’attività estrattiva non verrà interrotta le Eolie saranno cancellate dalla lista dei patrimoni dell’umanità.

Una delle missioni principali dichiarate dall’UNESCO consiste “nell’identificazione, nella protezione, nella tutela e nella trasmissione alle generazioni future dei patrimoni naturali e culturali di tutto il mondo”. Obiettivi, questi, incompatibili con l’attività della Pumex. D’altra parte è innegabile che il commercio della pomice a lungo ha costituito una fonte di ricchezza per il Comune di Lipari e l’unica fonte di reddito per i cento lavoratori dell’azienda.


Residui di lavorazione sulla riva del mare
Al fine di fermare la violazione di un tesoro naturale di valore inestimabile e allo stesso tempo di assicurare un nuovo impiego ai lavoratori dell’azienda da tempo si discute sulla possibilità di convertire le aree oggetto di escavazione in termini di valorizzazione del territorio a livello turistico e culturale e di sviluppo ecosostenibile.

Per garantire l’integrità del patrimonio naturalistico e per tutelare l’occupazione degli ex dipendenti della Pumex, tra le proposte avanzate in questi anni di faticosi dibattiti sul futuro di Porticello, è stata avanzata l’ipotesi di realizzare un “ecomuseo” della pomice all'interno di un Parco archeologico e naturalistico delle Eolie.

Realizzare tale museo, che ospiterebbe peraltro gli strumenti in passato utilizzati per l’estrazione e la lavorazione della pomice, significherebbe conservare la memoria degli stabilimenti, delle cave e degli scivoli di “neve” che, nel bene e nel male, gli eoliani riconoscono come parte integrante della storia della loro terra.

23 Aprile 2008 - Scrivi un commento
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Un lettore ha commentato questo articolo:
15/4/10 06:03, Archeologia Industriale ha scritto:
sono molto interessata alla discussione sulla realizzazione di un museo della Pomice e delle attività estrattive di Lipari. A breve inizierò una ricerca finalizzata ad una Tesi di Archeologia Industriale proprio sulle Cave di Pomice di Lipari e mi piacerebbe saperne di più. Grazie per la collaborazione, Gisella.
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