La forza e i limiti del microcredito – Intervista a Dario Lo Scalzo

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Dario Lo Scalzo che per anni ha lavorato in America Latina con progetti di microcredito a sostegno delle popolazioni locali. Gli abbiamo chiesto di introdurci da vicino in questo ambito “sociale” della finanza, di cui ci ha rivelato la profonda umanità ed efficacia ma anche gli ostacoli e i punti critici.

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di Claudia Pecoraro

dario lo scalzo microcredito
Periferia di Veracruz - una famiglia che possedeva una casa, costituita da una sola stanza, grazie al prestito, ha creato nella terrazza antistante una piccola bottega.
Dario Lo Scalzo, microcredito e microfinanza sono concetti spesso molto distanti da noi, puoi definirli in poche parole?

Per microfinanza si intende l’insieme di servizi finanziari offerti alle fasce di popolazione povere o a basso reddito o non aventi accesso al sistema finanziario tradizionale. Il principale servizio tra questi è rappresentato proprio dal microcredito, che consiste nella concessione di prestiti di modesto importo, con tassi d’interesse molto bassi, per avviare un’attività o per migliorare quelle già esistenti. In questo modo, persone poverissime ed emarginate, che mai riuscirebbero ad ottenere un prestito “classico”, ricevono delle microsomme, senza che vengano loro richieste delle garanzie bancarie, che ne incrementano il reddito e migliorano le loro condizioni di vita.

A quando risale il primo esperimento di microcredito?

Al 1976, in Bangladesh, ad opera del suo fondatore Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace nel 2006. Partendo da un concetto tanto semplice quanto cruciale, quale quello di dare opportunità agli uomini affinché tutti possano avere pari dignità, egli ha rivoluzionato un modello economico.

L’assegnazione di questo Nobel denuncia il fatto che la pace può essere raggiunta attraverso una politica economica equa…

È vero, ma non solo. Yunus teorizza un nuovo modello sociale, soprattutto in materia di “educazione finanziaria” dei clienti. Questo potrebbe anche diffondersi per l’intero pianeta, così come è accaduto col sistema capitalista. Probabilmente conferirgli il Nobel per l’Economia sarebbe equivalso proprio a rimettere in discussione l’intero modello capitalista e la sua concreta efficacia, un po’ scomodo… Ma attenzione! Yunus non è contrario al capitalismo, piuttosto pensa che oggi tale sistema, diretto esclusivamente dalla sete di guadagno, dovrebbe darsi delle finalità sociali.

Insomma, per tornare al microcredito, se ho ben capito, si tratta di veri e propri aiuti umanitari da parte di certe banche?

Partirei da un’affermazione proprio di Yunus: fare l’elemosina ai poveri non è risolutivo, anzi si traduce nell’ignorare i loro veri problemi. Detto questo, non parlerei di microcredito come “aiuto umanitario”, fermo restando che si tratta pur sempre di “social business”. Certo non si tratta di beneficienza visto che si concede un prestito da rimborsare e inoltre sussiste comunque una logica di perseguimento di redditività da parte delle istituzioni di microcredito. In tale contesto però l’obiettivo è anche quello di migliorare le condizioni di vita della gente con un impatto a lungo termine, e contribuire a sviluppare l’economia del Paese. Quello che si rimproverava alle prime ONG che operavano nei Paesi poveri era il loro eccessivo assistenzialismo, davano denaro o cibo, apportando un beneficio temporaneo senza risvolti di altro tipo… tutto finiva lì e le persone continuavano a dipendere dall’organizzazione umanitaria di turno.

Ora cosa è cambiato?

Dopo l’esperienza che ho vissuto e nel contesto in cui mi sono ritrovato, posso affermare che il microcredito è anche molto formativo ed educativo. Si seguono le persone che hanno scelto di chiedere un prestito, non si abbandonano mai, si opera una consulenza continua. Si fanno loro corsi di formazione, che a volte cominciano necessariamente dall’insegnamento dei calcoli più rudimentali. Fondamentale è poi l’educazione al lavoro, far capire alla gente che spesso vive di elemosina o con mezzi di fortuna che per ripagare il credito, bisogna abituarsi a lavorare ogni giorno, concetto culturalmente molto lontano da queste persone.

scarpe microfinanza
Grazie al prestito, una signora ha preso in affitto un locale, dove ha cominciato a produrre scarpe, vendendole dapprima nei mercati, poi nei negozi sempre più di alto livello delle città messicane. Da casalinga sfruttata è diventata imprenditrice!
Quali sono i punti di forza di un sistema simile?

I rapporti umani, sopra ogni cosa. Mi spiego meglio… La banca non chiede nulla in cambio come garanzia, tutto si basa sulla fiducia. Ecco perché il rapporto agente-cliente è essenziale: il cliente rimborsa la banca perché è grato. Quando andavo a riscuotere i contributi, per la maggior parte dei clienti non ero l’esattore, guardato con ostilità, ma spesso l’amico che aveva contribuito a salvarli dalla miseria.

Un altro punto di forza del microcredito è la velocità dei tempi: dal momento in cui l’agente prende contatto col cliente fino alla validazione della procedura ed alla concessione del credito passano in media da 3 a 5 giorni.

Perdona l’ingenuità della domanda…ma qual è l’interesse della banca, se non chiede nulla in cambio?

È chiaro che le banche o le istituzioni di microcredito hanno un obiettivo di redditività, ma sono molto più lunghi i tempi per ricavare dei profitti, per cui si lavora sulla quantità.

Recentemente, con la crisi finanziaria, purtroppo sono aumentati i casi di banche classiche che hanno guardato al microcredito come nuove fonte di interessi…

Tu hai lavorato a lungo in Messico, pensi che lo stesso modello possa essere applicato in tutte le realtà con gli stessi risvolti?

Fare microcredito nelle varie realtà è molto differente, cambia il contesto socio-culturale. Ad esempio, al contrario dell’Africa e dell’Asia, in America Latina c’è una povertà di rivalsa. Qui persone molto povere vivono fianco a fianco con altre molto ricche e nutrono un’ostilità violenta. Quando si prestano somme a questi tipi di poveri, essi ritengono spesso che il denaro sia loro dovuto, che sia un loro diritto riceverlo, per cui non sempre lo restituiscono. Lo sforzo giornaliero per ottenere la puntualità nei rimborsi è immane, e i casi di non restituzione sono ben lontani dalle cifre di 1,5 – 2% degli altri Paesi.

Esistono delle strategie per assicurare che i rimborsi avvengano regolarmente?

Non si può mai averne la certezza proprio perché, come dicevo, è un rapporto che si basa sulla fiducia. A volte si ricorre alle richieste di garanzie reali, ma nulla che possa davvero assicurare il rimborso. Yunus presta solo ai gruppi e non ai singoli, per ridurre il rischio, ed in particolare alle donne, perché la donna tiene le redini della famiglia, è abituata a crescere i figli, difficilmente sperpera i soldi prestati in alcol o in altri modi…

Un maggiore coinvolgimento della comunità locale nel vostro lavoro non potrebbe aiutare ad ovviare al problema?

Una delle regole del microcredito è assumere impiegati locali, da una parte per cominciare a creare lavoro fin da subito, dall’altra perché conoscono il territorio, la lingua, l’atteggiamento di chi ci vive. Questi naturalmente vanno formati, con costi elevatissimi, ai quali devono aggiungersi ahimè i costi legati ai casi di frodi da parte del personale interno, che si combattono mettendo i piedi un sistema di controllo adeguato.

Non deve essere bello essere ingannati da persone in cui tu hai riposto fiducia…

Quando ti frodano persone in cui hai creduto, e a cui hai dato molto, ti senti frustrato ma perseveri perché hai una missione da portare avanti.

microcredito jalapa
Un ufficio di microcredito a Jalapa. Un'impiegata messicana riceve due clienti per il momento conclusivo della procedura di assegnazione del prestito.
Beh, stai dipingendo una situazione davvero difficile… parlaci dei risultati positivi, delle vostre soddisfazioni.

Durante la mia esperienza ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi la vita di persone ai margini che migliora realmente, e questo non ha prezzo. I dossier mostrano, con ampia documentazione di materiale fotografico e di interviste, che la vita dei clienti cambia in modo radicale. Una famiglia che possiede un tavolino con pochi prodotti in vendita lo trasforma in una piccola bottega, poi pian piano assume degli impiegati, manda i bambini a scuola, ripara la casa… Questa è la nostra più grande soddisfazione!

Quanto tempo occorre in media per una crescita sociale di questo tipo?

Un anno, un anno e mezzo… un tempo ragionevolmente breve, considerando che spesso parliamo di gente che vive sotto la soglia di povertà dichiarata (circa 1 dollaro al giorno).

Alla luce della tua esperienza, muoveresti delle critiche al sistema del microcredito?

Nelle realtà del Sud America, dell’Asia e dell’Africa si rischia di far perdere le tradizioni locali, cercando di introdurre progressivamente e tacitamente il modello occidentale. I clienti fidelizzati, che di sicuro hanno migliorato la loro vita, cominciano a desiderare prodotti della nostra società, per esempio il telefonino…! Per certi versi, nulla di male, ma superata la soglia di povertà e raggiunto un certo benessere, iniziano ad ispirarsi al modello consumistico. Il microcredito ne diventa spesso l’anticamera e intravedo con allarme il rischio che alla lunga possa diventare il nuovo capitalismo.

Quindi aiutare le persone finisce necessariamente per sradicare la loro identità storica ed avviarle verso la globalizzazione…?

Non è una regola fissa, ma può succedere. Mettendo sul piatto della bilancia le cose, avendo toccato con mano quelle realtà così terribili, preferisco che si salvino le vite umane o che si cerchi di ridare dignità alle persone, piuttosto che chiudere gli occhi consci del baratro in cui vivono. È un dissidio che si risolve con una scelta. Io preferisco agire.

Termina qui la prima parte dell’intervista. Nella prossima, conosceremo Dario più da vicino chiedendogli le motivazioni della sua scelta di lavorare nel microcredito e di raccontarci storie ed aneddoti della sua esperienza in America Latina.

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4 Maggio 2010 - Scrivi un commento
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