C’era una volta Haiti

C'era una volta Haiti. Ora non c'è più. La tragedia si accanisce sulla tragedia. Un paese che già era in ginocchio ora è stato letteralmente annientato. In questi momenti drammatici, terribili, inconcepibili, si può perdere ogni speranza di futuro, oppure iniziare un faticosissimo cammino verso una rinascita autentica.

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di Andrea Boretti


C’era una volta un’isola divisa in due. Da una parte vivevano gli spagnoli, allevatori con pochi schiavi, dall’altra stavano i francesi, agricoltori con molti schiavi, tutti africani (ben il 95% della popolazione), tutti vittime di quella tratta ignobile che ebbe il suo picco tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo.

C’era una volta un paese che si fece indipendente dai colonizzatori, un paese in cui finalmente gli schiavi liberati - e si parla di diciannovesimo secolo – poterono sperare in un futuro migliore, almeno per un breve periodo. In questo paese la lingua ufficiale era il francese, quella della gente il creolo (un francese africanizzato). In questo paese la religione di stato era il cattolicesimo, quella della gente il voodoo (un misto di animismo africano e cristianesimo europeo).

C’era una volta una repubblica che straziata dall’invasione americana prima e della dittatura violenta e corrotta poi cercava una via di fuga. Schiava dei Papa Doc, dei Baby Doc e dei governi corrotti che li seguirono questa repubblica lottò a lungo per il cambiamento come dimostra la figura di Jean Leopold Dominique fondatore dell’indipendente Radio Haiti “la cui unica arma erano il microfono e l’incrollabile fede di militante per il cambiamento, un vero cambiamento”.

C’era una volta Haiti, ma dal 13 Gennaio 2010 non c’è più.

Il sisma (di magnitudo 7,3 della scala Richter) che nella notte di due giorni fa ha travolto il piccolo stato caraibico ha letteralmente raso al suolo la capitale Port au Prince che oggi non esiste più. La natura si è scatenata in tutta la sua brutale democrazia sui ricchi e sui poveri così oltre alle baracche e agli edifici traballanti, anche i palazzi governativi sono crollati inesorabilmente.

Se qualcosa fosse rimasto in piedi ci hanno pensato le oltre 30 scosse di assestamento – la più forte di magnitudo 5,9 – ad assicurare che nessun edificio possa ora essere considerato sicuro.


Le notizie che si susseguono sui giornali parlano di 100.000 morti, altre parlano di 500.000. in un caso o nell’altro il numero è spaventosamente grande, inconcepibile per un italiano shockato dai 200 morti dell’Aquila.

Lo scenario è quello di una guerra, anche peggio per certi aspetti.

Le priorità sono i cadaveri, quel tappeto di corpi che invade la capitale fantasma e che pian piano inizia ad andare in putrefazione sotto i 30 gradi del sole haitiano. Alcuni, 7000 dice il presidente Prewal, uscito incolume dalla sua abitazione distrutta, sono stati buttati in una fossa comune, ma molto altro c’è da fare per scongiurare malattie ed epidemie.

Altra priorità sono i senzatetto, tantissimi, migliaia, forse milioni, che si riversano sulla spiaggia unico luogo sicuro nel quale però si continua a temere lo tsunami, l’onda assassina che in questo momento è il male minore.

Infine l’acqua, non c’è acqua ad Haiti e “Gli assetati sono destinati a morire” grida Jimitre Coquillon, un medico. I fiumi sono pieni di cadaveri, la fogna della città è ormai una fossa comune.

Come ogni disgrazia che si rispetti non ci è voluto molto perché si muovessero gli aiuti internazionali. Obama ha promesso 100 milioni di dollari e ha già inviato i marines che da queste parti purtroppo conoscono fin troppo bene, poi ci sono i vari fondi monetari, banche e altre organizzazioni internazionali e ONG. Bisogna muoversi in fretta dicono, bisogna che le donazioni vadano a persone competenti e preparate.

La lotta a chi si accalappia più donazioni è aperta.

Nella disgrazia e nelle buone intenzioni di molti, la disgrazia stessa diventa il mezzo per smuovere coscienze che normalmente rimarrebbero insensibili, diventa in una parola una potentissima leva di marketing…anche se, nella maggior parte dei casi, a fin di bene.

C’era una volta Haiti, un’isola dalla vegetazione lussureggiante destinata a sofferenze indicibili, a corruzione, a povertà e tanta tanta ingiustizia. Poi venne la grande scossa, fu un vero e proprio shock, niente era più come prima e molti persero la vita, i sopravvissuti però, superato il dolore della perdita e le fatiche della ricostruzione si trovarono davanti ad un bivio: cedere alle tentazioni dei ricchi che con una mano aiutano nel momento di difficoltà e con l’altra ti legano a sé, ti indebitano e ti rendono di nuovo schiavo, oppure aprirsi ad un nuovo scenario, nel quale ricominciare da capo, con nuovi principi, nuovi capi e nuovi modelli di vita sociale e culturale.

È in queste ore che la scelta si manifesterà in tutta la sua inevitabilità, ogni popolo deve crescere libero e indipendente e speriamo che Haiti sia in grado seppure ancora sconvolta da un dramma indicibile di prendere già ora la strada giusta, di cogliere questa che può essere una terribile quanto ottima opportunità.

15 Gennaio 2010 - Scrivi un commento
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Un lettore ha commentato questo articolo:
16/1/10 15:56, Eco della Terra ha scritto:
E' un bel post questo, perchèd escrive in breve la storia e la situazione, ma dà anche speranza, quella stessa speranza che vorrei descrivere io, perchè dalla tragedia può nascere una chance di rivincita sulla negatività che ha sconvolto Haiti. Complimenti

http://ecodellaterra.blogspot.com
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