Vivere Ecologico

Limitare l’usa e getta. Cambiare mentalità è possibile?

Fino a trent’anni fa la maggior parte dei prodotti “usa e getta” non esisteva, eppure oggi ci sembra impossibile farne a meno. In molti paesi del Nord Europa i nostri sprechi non sono affatto diffusi. Qual’è dunque la mentalità italiana sulla quale l’industria del monouso ha fatto presa? L’individualismo miope e sfrenato. Ma cambiare mentalità è possibile?

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di Laura Bonaventura


In passato per circa sei anni feci parte di un gruppo di volontariato. Eravamo quaranta-cinquanta e una domenica ogni tre passavamo la giornata insieme, compreso il pranzo e la merenda. Per noi era più che normale adoperare piatti, bicchieri e posate di plastica, che gettavamo senza pensieri dopo l’uso. Finché nell’associazione non entrò una ragazza tedesca, la quale immediatamente propose l’acquisto di piatti di ceramica e posate di metallo, che lei e il marito si impegnarono a lavare per tutti, rispettando l’impegno per gli anni che seguirono.

A distanza di tempo ricordo l’episodio perché mi fu chiaro quanto diversa potesse essere la mentalità riguardo ai problemi dell’ambiente: una scelta che a noi italiani sembrava faticosa e “strana”, agli occhi della ragazza tedesca era semplicemente “dovere” .

Per chi, come me, lavora in una grande azienda, è evidente lo spreco quotidiano di immense quantità di carta: gli stessi documenti vengono stampati e ristampati ogni volta che vi si apporta il minimo cambiamento; si ricorre alla carta solo per leggere più comodamente un testo; alle riunioni si distribuiscono copie cartacee a tutti, anzichè limitarsi ad inviare la presentazione per e-mail ai partecipanti; presso le stampanti giacciono centinaia di stampe, che molti dimenticano di andare a ritirare e che finiscono nel cestino senza aver svolto alcuna funzione.


Le riunioni dell’ITU (International Telecommunication Union, dal 1947 una delle agenzie specializzate dell’ONU, con sede a Ginevra), l'organizzazione internazionale che si occupa di definire gli standard nelle telecomunicazioni e nell'uso delle onde radio, sono completamente paperless, ossia “senza carta”. Non un solo foglio di carta viene stampato. Da anni i delegati seguono le presentazioni, prendono appunti, scrivono, inviano e ricevono i documenti sul pc portatile, arrivando alle decisioni finali, che diverranno linee guida per tutti i paesi delle Nazioni Unite, senza che un albero venga abbattuto per questo.

Da questi, come dagli altri infiniti esempi che si potrebbero portare, emerge come ciò che fa la differenza sia proprio la mentalità.

Oggi si parla molto dei prodotti biodegradabili al 100%, realizzati con riso, mais e barbabietole, in tutto e per tutto equivalenti a quelli in pastica: biobicchieri, piatti, posate, tovaglie, tovaglioli, detergenti, guanti, sacchetti, teli, pattumiere, vaschette, pannolini, cancelleria, giochi, ecc. Così come si può optare per carta e cartone riciclati. Scegliere questi oggetti invece di quelli più inquinanti è un passo importante, ma perchè non verificare prima se sia possibile evitare la via dell’usa e getta?


A pensarci bene, l’uso diffuso e indiscriminato dei prodotti che si utilizzano una volta sola si è imposto alla massa della popolazione solo a partire dagli anni Ottanta. Durante la mia infanzia la maggior parte delle persone, come la mia famiglia, utilizzava fazzoletti di stoffa; per riporre i cibi avanzati c’erano piatti e scodelle, coperte da un altro piatto. Certo, quando si cucinavano i peperoni, nel frigo trapelava qualche odore, tuttavia siamo sopravvissuti abbastanza bene. I piatti si lavavano e si asciugavano anche quando si andava di fretta, senza ricorrere ai surrogati in plastica. I pic-nic erano a base di panini, avvolti nel tovagliolo e poi nel sacchetto marrone del pane. Il tavolo della cucina si puliva con la spugnetta e si ascugava con il canovaccio, senza supporto di rotoloni asciugatutto.

Dunque l’abitudine allo spreco che sembra così radicata, tanto che gli usi di venti-trent’anni fa ci sembrano preistoria, è in realtà frutto di cambiamenti abbastanza recenti. È noto che alla comodità ci si abitua immediatamente, mentre per imparare a convivere con i disagi occorre tempo e pazienza. E tuttavia in molti Paesi del Nord Europa – in particolare Germania, Svezia, Norvegia, Danimarca, Svizzera - in cui il singolo è per tradizione secolare portato a pensare a se stesso come parte di una comunità, di una grande nazione, i provvedimenti per la salvaguardia dell’ambiente sono entrati nell’uso quotidiano assai più rapidamente che non Italia.

Qual è allora la mentalità così radicata sulla quale la possibilità di abusare dei prodotti inquinanti e superflui ha attecchito immediatamente e con forza? È l’atteggiamento individualista della maggioranza degli italiani, ciechi di fronte a qualsiasi sfacelo che non bussi direttamente alla porta della propria casa. L’abitudine allo spreco del denaro pubblico, alla devastazione di qualsiasi spazio di uso comune – dalle toilette ai parchi, dalle spiagge alle aree pic-nic -, la noncuranza per quello che troverà chi verrà dopo di me, si riflette nel rapporto che la gran parte della nostra popolazione ha nei confronti dei problemi dell’ambiente. Perchè dovrei sacrificarmi “proprio io” , soprattutto se gli altri non lo fanno (ma in effetti anche se lo facessero)?


Oggi però il disastro ecologico del pianeta è davvero davanti alla nostra porta, anzi per molti versi è già dentro le pareti domestiche e, come ha scritto Daniela Mazzoli nel suo articolo “La terra trema, teniamoci stretti” le interazioni tra ciò che accade nel mondo e la nostra vita quotidiana sono tali che “l’unico modo che abbiamo di occuparci di noi stessi, ormai, è prenderci cura del mondo il cui viviamo”.

La svolta è quindi urgente quanto necessaria e deve partire dallo sforzo di volontà di chi ha una consapevolezza superiore agli altri e forse anche una maggiore coscienza. Perchè il cambiamento di mentalità è sempre il più lento, ma, quando avviene, determina le trasformazioni più sostanziali.

Su questo argomento lascio come spunto di riflessione uno stralcio dal saggio “Le mentalità: una storia ambigua”, di Jacques Le Goff, uno dei più noti studiosi della “storia delle mentalità”, corrente storica che prese avvio in Francia con la Scuola delle Annales negli anni ’30 del Novecento:

“Il livello della storia delle mentalità è quello del quotidiano e dell’automatico, è ciò che sfugge ai soggetti individuali della storia, perchè esprime il contenuto impersonale del loro pensiero, è ciò che hanno in comune Cesare e l’ultimo soldato delle sue legioni, san Luigi e il contadino del suo regno[...].

L’inerzia, forza storica fondamentale, è propria piuttosto degli spiriti che della materia, poichè quest’ultima è spesso più pronta di quelli. Gli uomini si servono delle macchine che inventano conservando la mentalità dell’epoca precedente a queste macchine. Gli automobilisti usano un vocabolario da cavalieri[...]. La mentalità è ciò che cambia più lentamente. Storia delle mentalità, storia della lentezza nella storia. [...]

La coesistenza di parecchie mentalità in una stessa epoca e in uno stesso spirito è uno dei dati delicati, ma essenziali della storia delle mentalità. [...]

Altrettanto difficile è cogliere le trasformazioni delle mentalità. Quando viene meno una mentalità, quando ne appare un’altra? Non è facile vedere la novità in questo regno delle permanenze e delle resistenze. [...]

La storia delle mentalità è nondimeno una storia delle trasformazioni, e la più determinante.”

30 Marzo 2008 - Scrivi un commento
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