Sovvenzione pubblica agli inceneritori: anomalia tutta italiana

In virtù di una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi emanata nel 1992, la produzione di energia da fonti rinnovabili viene incentivata tramite un contributo pubblico che si traduce in un 7% in più sulla bolletta dell’utente finale (i famigerati Cip 6). Tra gli impianti che accedono alle sovvenzioni sono inclusi però anche gli inceneritori, che producono energia tramite combustione di rifiuti solidi urbani indifferenziati, che non rappresentano una fonte rinnovabile. Questo in violazione di una direttiva europea in materia, emanata nel 2001. L’associazione Diritto al Futuro propone una vertenza collettiva nei confronti del gestore del servizio.

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di Virginia Greco

inceneritore
Gli inceneritori producono energia tramite combustione di rifiuti solidi urbani indifferenziati
Il GSE, Gestore Servizi Elettrici, ha di recente pubblicato i risultati relativi alla produzione di energia elettrica nel corso del 2008. Dalle statistiche si rileva un incremento del ricorso alle fonti rinnovabili, con particolare spicco per quella solare, il cui impiego è cresciuto addirittura del 395% rispetto al 2007. Buone notizie, dunque.

Ma da tali dati emerge che ad aumentare è stata anche l’energia prodotta tramite combustione di rifiuti solidi urbani, fonte questa difficilmente definibile come rinnovabile e soprattutto niente affatto ecologica. Gli inceneritori, impianti nei quali tali processi hanno luogo, emettono nell’ambiente grandi quantità di agenti inquinanti e in effetti dal 2007 il nostro paese vanta il primato europeo per presenza di diossina nell’atmosfera.

Non è però un caso che i rifiuti solidi urbani figurino al fianco delle fonti rinnovabili, del resto l’una come le altre riceve finanziamenti pubblici.

L’incentivo alle energie rinnovabili deriva da una direttiva della Comunità Europea, emanata nel 2001 al fine di indurre i Paesi membri a privilegiare la produzione di energia pulita. Da noi però la fantasia dei governi dell’una e dell’altra sponda è riuscita con talento a creare un’aberrazione tale per cui viene sostenuta la produzione tramite combustione di rifiuti urbani, residui di raffinazione e scarti industriali. Tutti processi altamente inquinanti.

Il finanziamento di queste attività è frutto di una delibera, chiamata CIP6, che il Comitato Interministeriale Prezzi italiano emanò il 29 aprile 1992. Per promuovere il ricorso alle fonti rinnovabili, si stabilì che chiunque producesse energia elettrica da tali risorse avesse il diritto di rivenderla al gestore dei servizi elettrici (allora Enel, poi diventato GSE) ad un prezzo maggiorato rispetto a quello normale di mercato. Il surplus sarebbe stato rimborsato dagli utenti finali, tramite un aumento del 7% sulla bolletta. E così è stato da allora.

Ma fin qui nessun problema: incentivare economicamente l’approvvigionamento di energia da fonti alternative ci può star bene. La particolarità (nonché la scorrettezza) tutta italiana sta nell’includere tra le fonti rinnovabili anche alcune che non sono tali, in particolare i rifiuti non biodegradabili. Accade così che, di quel 7% che esborsiamo su ogni bolletta, una parte (e guardando i dati si scopre che è cospicua) vada a sostenere gli inceneritori (detti anche termovalorizzatori).

rifiuti
La particolarità tutta italiana sta nell’includere tra le fonti rinnovabili anche alcune che non sono tali, in particolare i rifiuti non biodegradabili
L’origine della “confusione” tra fonti rinnovabili e no ha origine nel 1982, quando in una legge in materia di energia redatta dal primo Governo Spadolini compare la dicitura “fonti rinnovabili e assimilate”, tra cui si annoverano anche “la trasformazione dei rifiuti organici ed inorganici o di prodotti vegetali”. In verità in tal sede si includono anche il calore recuperabile da impianti termici, da processi industriali, dai fiumi di scarico, ecc.

Questi ultimi vengono esclusi nel 1991 dal secondo Governo Andreotti, che apporta degli emendamenti alla legge, lasciando però invariata la parte inerente i rifiuti.

Nel 1999, con il primo Governo D’Alema, si cade dalla padella alla brace: l’allora ministro di Industria, Commercio e Artigianato vara un decreto, nel quale scompare la scomoda dicitura “e assimilate”, cosicché l’incenerimento dei rifiuti (anche quelli non biodegradabili) viene promosso addirittura al livello di fonte rinnovabile.

Intanto dal 1992, in seguito all’introduzione del CIP6, i titolari di impianti di incenerimento e termovalorizzazione incassano ingenti somme di denaro provenienti dai finanziamenti pubblici, vale a dire dalle tasche dei cittadini (per lo più ignari).

Il sovrapprezzo assegnato alle fonti contemplate nelle disposizioni del CIP6 si compone di due parti: il “costo evitato”, relativo all’impianto, il suo esercizio, la manutenzione e l’acquisto del combustibile; l’”incentivazione”, basata sulla stima dei costi aggiuntivi per ogni singola tecnologia. Nonostante il nome fuorviante, non solo questa seconda componente bensì entrambe sono corrisposte dai cittadini nella bolletta. I “costi evitati” sono concessi per tutto il periodo di durata del contratto (fino ad un massimo di 15 anni), l’”incentivazione” per i primi 8 anni dall’entrata in funzione dell’impianto.

Nel 2001 giunge finalmente la Comunità Europea a chiarire cosa si debba intendere per fonti energetiche, emanando una direttiva specifica (2001/77/CE). Nell’art.2 di questa, sotto la dicitura “Definizioni”, si legge: “Ai fini della presente direttiva si intende per fonti energetiche rinnovabili le fonti non fossili (eolica, solare, geotermica, del moto ondoso, maremotrice, idraulica, biomassa). A seguire, si spiega che la biomassa è “la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali ed animali), nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani”.

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“I rifiuti devono essere smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che possano recare pregiudizio all’ambiente”
La nomenclatura è già abbastanza chiara in questo modo, ma per fugare ogni dubbio i redattori della direttiva si preoccupano di precisare: “Nel contesto di un futuro sistema di sostegno alle fonti energetiche rinnovabili non bisognerebbe pertanto promuovere l’incenerimento dei rifiuti urbani non separati e, in ogni caso, “i rifiuti devono essere smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che possano recare pregiudizio all’ambiente”.

Nonostante ciò in Italia l’incenerimento dei rifiuti solidi urbani e industriali non biodegradabili continua a costituire un componente del carnet di fonti rinnovabili, aventi diritto alle sovvenzioni CIP6.

Di fronte a tale atteggiamento di indifferenza verso la direttiva, la Comunità Europea interviene nel novembre 2003 sottolineando ancora una volta cosa si debba intendere per fonti rinnovabili e chiarendo che le disposizioni della disciplina comunitaria per il sostegno di tali risorse “non si applicano agli aiuti per la produzione di energia da rifiuti non biodegradabili”.

Ma anche questo tentativo cade nel vuoto. Nel dicembre del medesimo anno, infatti, il secondo Governo Berlusconi vara un decreto legislativo in cui, pur escludendo i rifiuti dal novero delle fonti energetiche rinnovabili, si afferma che sono comunque anch’essi ammessi a beneficiare delle medesime “misure promozionali”. Non solo, vi si aggiungono anche “gli impianti, incluse le centrali ibride, alimentati da tali rifiuti e combustibili”. Quest’ultimo punto apre la strada a ulteriori violazioni della normativa europea, come la sovvenzione delle strutture che generano energia da idrogeno prodotto tramite combustione di carbonio.

Finalmente nel 2005 (ancora sotto il Governo Berlusconi), in seguito alla denuncia dell’intera faccenda da parte della X Commissione della Camera si decide per la cessazione senza possibilità di proroga, alla scadenza delle convenzioni in corso, di ogni incentivazione agli impianti funzionanti con fonti assimilate alle rinnovabili (ricompare così il termine “assimilate”). Ma tale prescrizione non diventa mai realmente operativa e viene contrastata anche dal Ministro Bersani nel successivo secondo Governo Prodi. Niente di fatto, dunque.

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Vogliamo restare impassibili mentre i nostri Governi continuano a violare una direttiva comunitaria?
Bisogna attendere la finanziaria 2007 perché la disposizione trovi attuazione. Però anche in questo caso si verificano “maneggiamenti” non limpidi. Prima di tutto, oltre a preservare gli incentivi agli impianti con un contratto in essere, si concede il bonus anche a quelli già autorizzati. Inoltre, in una prima stesura della legge, appare l’espressione “[…] ai soli impianti già autorizzati e di cui sia stata avviata concretamente la realizzazione anteriormente all’entrata in vigore della presente legge”. E’ evidente che questo lasciava spazio ad una folle corsa alle autorizzazioni, cosicché di fatto anche impianti costruiti due o tre anni dopo l’attuazione di tale norma avrebbero usufruito degli incentivi. Tale dicitura fu poi emendata, e si corresse in “ai soli impianti già realizzati ed operativi”.

Ovviamente la messa in opera di questa decisione non ha manifestato i suoi risultati immediatamente, visto che occorre attendere lo scadere dei vari contratti attivi.

Leggendo i dati relativi agli importi riconosciuti alle fonti realmente rinnovabili e a quelle in vario modo ad esse assimilate, si vede come le prime siano state ampiamente limitate a favore delle prime. L’ordine di proporzionalità nel 2007 raggiunge addirittura il rapporto di 1 a 10, con ben 4,783 miliardi di euro investiti in fonti “assimilate” e solo 446,6 milioni destinati a quelle realmente rinnovabili.

Tutti soldi che sono stati prelevati per 15 anni (e continuano ad esserlo tuttora) dalle nostre tasche.

Ma non possiamo nemmeno indignarci quietamente aspettando che lo scempio abbia fine insieme all’esaurimento dei contratti in corso. I nostri legislatori sanno bene come escogitare nuovi modi per aggirare le norme e introdurre deroghe o eccezioni. E questo è già accaduto. Qual è stato il piano per la soluzione dell’emergenza rifiuti in Campania? L’invio dei medesimi presso termovalorizzatori sparsi sul territorio nazionale e la costruzione immediata - oltre che di 10 discariche - di ben 4 inceneritori.

Ma se il mercato del rifiuto è straordinariamente appetibile e fruttuoso in un regime di finanziamenti quali quelli dati dal CIP6, in assenza di essi è alquanto morto e sconveniente. Pertanto l’unico modo che il Governo ha trovato per convincere investitori a spendere nel progetto è stato quello di ripristinare gli incentivi per tutti gli impianti connessi all’emergenza in questione o ad altre, dichiarate tali tramite decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Giacché c’era, ha aggiunto anche una deroga per gli impianti in costruzione non ancora attivi, che hanno quindi tempo fino al 31 dicembre 2009.

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Il mercato del rifiuto è straordinariamente appetibile e fruttuoso in un regime di finanziamenti quali quelli dati dal CIP6
La conseguenza di questa politica non è certo la soluzione di nessuna delle problematiche relative alla questione rifiuti, bensì una procrastinazione del problema, nonché lo stabilirsi di un deterrente allo sviluppo della raccolta differenziata (che in Campania si attesta su percentuali bassissime) così come delle fonti energetiche rinnovabili.

Vogliamo restare impassibili mentre i nostri Governi continuano a violare una direttiva comunitaria, contribuendo al degrado ambientale e alla messa a repentaglio della nostra salute? Siamo disposti a lasciare che gran parte del 7% destinato alle energie rinnovabili venga in realtà dirottato verso la sovvenzione di inceneritori?

L’Associazione Diritto al Futuro propone un’alternativa: una vertenza collettiva da parte dei cittadini nei confronti del gestore elettrico per ricevere indietro il denaro prelevato dalle bollette e devoluto agli impianti termovalorizzatori tra il 2001 (anno in cui la CE si espresse in materia) e il 2007. Tale associazione, fondata nel novembre 2008 da un gruppo di persone attivamente impegnate sul tema dei rifiuti, si avvale di un collegio di avvocati che ha analizzato a fondo la causa, valutandone ogni aspetto.

Agli utenti sono richiesti solo i dati personali e del proprio conto di energia, una delega tramite cui si lasci all’associazione la responsabilità di portare avanti il processo e un contributo di 10 euro. In caso di sconfitta, l’associazione coprirà tutte le spese, in caso di vittoria, essa tratterrà il 20% del rimborso percepito da ogni utente che ha partecipato alla vertenza.

Potrebbe valer la pena informarsi e… attivarsi.

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