Il petroliere

Il petroliere, un bel film americano vincitore del premio oscar per il miglior attore protagonista Daniel Day Lewis, mette in scena la scaturigine situazionale che ha dato vita al mondo sfrenatamente consumistico che ci gira intorno.

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di Giancarlo Simone Destrero


La locandina del film
Forse potrà essere masochistico, ma per chiunque abbia voglia di rivivere con l’immaginazione quel periodo spartiacque, a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, per quello che riguarda il passaggio definitivo alla forma egemonica del sistema energetico moderno, Il petroliere di Paul Thomas Anderson è un film da non perdere.

Grazie ad una straordinaria ricostruzione visiva il film proietta lo spettatore negli sconfinati paesaggi americani di fine ottocento, nel paese che ha dato l’abbrivio a questo spietato capitalismo dei giorni nostri, che vede la natura come risorsa da sfruttare irriguardosamente a beneficio di un’illimitata avidità economica.

Nei brulli paesaggi incontaminati, nelle desertiche zone centrali del nord America, la mano dell’uomo che trivella la terra madre sembra essere metafora e prodromo dello scempio incestuoso che ci porterà fino ai nostri giorni, quello sviluppo energetico insostenibile che sta correndo verso il disastro.

Se il petrolio è stato per secoli un materiale utilizzato dall’essere umano per produrre medicinali o per alimentare le lampade, agli albori della civiltà industriale esso comincia ad essere utilizzato come fonte di energia utilizzabile e come base di molti prodotti chimici industriali.

La sua reperibilità e la facilità di trasporto lo rende in poco tempo, compatibilmente all’irresponsabile sistema energetico che si sta affermando, la materia prima più importante del mondo. Dagli anni sessanta in poi il petrolio ha soppiantato il carbone come combustibile più usato nel mondo. Oggi circa il 90% del fabbisogno di combustibile è coperto dal petrolio.

Il passaggio del protagonista da minatore a ingordo petroliere personifica il mutamento dei tempi, il pernicioso cambio di atteggiamento sociale in cui l’uomo, da coprotagonista dei ritmi naturali, s’è arrogato il diritto di diventare padrone e nefasto tiranno dell’ecosistema. Con gli occhi dei consumatori moderni, gli spettatori più sensibili a questi temi possono ascoltare nella loro anima il drammatico grido delle durevoli conseguenze plastiche che avranno quei pozzi di petrolio filmati.

Infatti, come se non bastasse già di suo l’impatto ambientale che ha il petrolio -dal dragaggio che danneggia il fondo marino e le alghe, al greggio raffinato che fuoriesce da navi petroliere incidentate; poi la combustione, su tutto il pianeta, di enormi quantità di petrolio che comporta un grosso contributo causale al problema dell’effetto serra- il 4% annuo delle sue risorse estratte viene assorbito dalla produzione mondiale di materie plastiche.

E dove vanno a finire tutti questi derivati petroliferi? Nelle discariche, e come ci è stato ricordato qualche giorno fa dai media, la più grande delle quali si trova in mezzo all’oceano pacifico. Lunga circa 2500 Km e spessa una decina di metri, accoglierebbe circa 100 milioni di tonnellate di plastica; tutta quella che appunto dagli anni 50’ è stata riversata in mare.

Il problema sfiora la tragedia ed è facilmente intuibile. There will be blood è il presago titolo originale del film di Anderson, che si riferisce alle cupide beghe di competitività umana tra facce diverse dello stesso potere ed al conseguente omicidio che si perpetra nel finale; ma mentre possiamo dire cinicamente che del sangue la terra s’è sempre nutrita, se spostiamo l’attenzione al problema ambientale e non dovessero esserci drastici cambiamenti di sviluppo energetico, purtroppo, There will be catastrophe.

1 Marzo 2008 - Scrivi un commento
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