Vita in campagna

Il “duro lavoro nell’orto”

Nell’immaginario collettivo, prendersi cura dell’orto è considerato un lavoro estremamente faticoso e, quindi, da evitare. Ma davvero è così? Da dove nasce questa convinzione generale? Ce lo spiega Nicola Savio che di questo “duro mestiere” ha fatto la sua vita…

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di Nicola Savio

gallina
Prendersi cura dell’orto è considerato un lavoro estremamente faticoso e, quindi, da evitare. Ma davvero è così? (Foto di Nicola Savio)
Tra gli “ortolani” esistono vari approcci al lavoro. C’è chi passa la sua giornata con la zappa in mano, chi cerca sollievo dal lavoro attraverso la chimica e chi attraverso una ferrea logica ed organizzazione. In generale, quasi tutti, vi diranno che “l’orto dà lavoro”.

La reazione generale conseguente sarà, nel migliore dei casi, “non ho abbastanza tempo”, nel peggiore, “ma chi me lo fa fare”.

Ma oltre agli aspetti tradizionali che legano il nostro immaginario “agricolo” all’idea di terribili sudate sotto un sole rovente o di piedi congelati in pozze di fango, cosa fa sì che l’orto “dia lavoro” e, quindi, consumi energie (siano esse fisiche, secondo l’approccio biologico, od economiche, approccio chimico)?

Semplice: i nostri sistemi tradizionali di coltivazione non sono ecologici.

Con questo non voglio dire che l’orto tradizionale stia sterminando i delfini o sia la causa dei disastri conseguenti l’affondamento delle petroliere…

Stando alla definizione del vocabolario della lingua italiana Zingarelli (11° edizione), ecologia - /ekolo’dzia/ [ted. Oekologie, comp. del gr. Óikos ‘casa, abitazione’] - è la branca della biologia che studia i rapporti reciproci fra organismi viventi e ambiente circostante e le conseguenze di tali rapporti.

Prendendo spunto dall’ottimo libro di Stefan Buczacki Il Giardino Ecologico (Franco Muzzio editore, 1990), per ecologia si intende “tutto quello che vive, dove e perché”.

Gli esseri umani hanno la tendenza a valutare il comportamento di piante ed animali riferendosi sempre ad una sola specie, la propria, e questo porta di conseguenza ad una serie di malintesi.

La convinzione del “duro lavoro dell’orto” nasce proprio da questi fraintendimenti ed errori e, quindi, da un’inefficienza ed inefficacia di base.

orto
In natura, esistono due tipi principali di ambiente: la foresta e la prateria (Foto di Nicola Savio)
Generalizzando si può dire che in natura, esistono due tipi principali di ambiente: la foresta e la prateria.

Ogni singolo metro quadro di terra strappato dall’uomo a questi due sistemi cercherà di ritornare allo stato naturale con tutte le sue forze e le sue armi che, nel caso del nostro piccolo orticello, saranno perfettamente rappresentate da “infestanti” e parassiti, per contrastare i quali dovremo fare ricorso alle nostre energie. Voi, contro il mondo… un’esperienza da titani!

Toby Hemenwey nel suo Gaia’s Garden descrive approfonditamente i meccanismi che soggiacciono a questa “lotta” e, soprattutto, descrive gli strumenti attraverso cui “arrendersi” ed iniziare a lavorare con la natura piuttosto che contro.

Uno degli esempi più chiari che Hemenwey porta come dimostrazione di “giardino ecologico” è quello della policultura.

Nell’orto tradizionale siamo abituati ad individuare zone specifiche per ogni tipo di coltivazione: creiamo filari di pomodori e campi di insalata seguendo una logica assolutamente “umana”.

Così facendo, però, diamo origine alle nicchie ambientali perfette per il propagarsi di malattie crittogame, parassiti ed erbe infestanti.

Nella policultura, al contrario, le coltivazioni vengono mischiate secondo una logica “naturale” dove non esistono monoculture o “zonizzazioni” nette, a meno che i terreni non siano stati disturbati precedentemente.

Piantine
Nell’orto tradizionale siamo abituati ad individuare zone specifiche per ogni tipo di coltivazione
Uno degli esempi di policultura riportati da Hemenwey consiste nel realizzare un “letto” o “bancale” di 2 mq per ogni adulto che parteciperà dei frutti della policultura.

Due settimane prima dell’ultima gelata si preparano in semenzaio o in serra 10 piantine di cavolo per ogni bancale.

Una settimana dopo l’ultimo gelo si seminano ravanelli, finocchio selvatico, pastinaca, calendula e diverse varietà di lattuga. Quindi, l’intera area viene ricoperta mischiando i semi, ma piantandoli separatamente per evitare che i più pesanti si raccolgano tutti da una parte. I semi vengono disposti in modo che ve ne sia almeno uno ogni 5 cm quadri ed il tutto viene rivestito con un sottile strato di compost e bagnate.

Quattro settimane dopo dovrebbe essere possibile raccogliere i primi ravanelli. Nelle buche rimaste si potrà, a questo punto, trapiantare i cavoli mantenendoli ad una distanza di circa 40 cm.

Giunti alla sesta settimana le lattughe dovrebbero essere abbastanza cresciute da poter essere raccolte (man mano che le diradate le restanti potranno arrivare a completo sviluppo).

Ad inizio estate seminate fagioli nani negli spazi lasciati liberi dalle insalate, a questo punto dovrebbero essere quasi pronti per la raccolta anche i cavoli, seguiti a ruota dai fagioli.

La pastinaca, a sviluppo molto lento, sarà cresciuta all’inizio dell’autunno quando potrete piantare fave ed agli da raccogliersi al ritorno della primavera del prossimo anno.

6 Maggio 2009 - Scrivi un commento
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3 lettori hanno commentato questo articolo:
7/10/09 15:13, Giovanni ha scritto:
Guardate io ho un approccio nel coltivare il mio orto un po' diverso faccio alcuni esempi:

le erbacce crerscano pure non e' un problema sono piante bersaglio per molti insetti e crittogame che si nutro con esse e non con le mie verdure.

il problema afidi l'ho arginatoe mitigato con coltivazioni bersaglio esempio il fagilo bianco di spagna otiimo attrae gli afidi e quella coltivazione e' per loro e non per me cosi mi lasciano in pace le altre coltivazioni.

in inverno le mie brave galline spargono il letame ovunque per me e si mangiano i vari insetti che svernano sotto la superficie del terreno ew muovono lievemente la crosta del terreno in primavera passo co coltivatore manuale e rastrello per pareggiare la superficie e semino e le galle se vanno nel piccolo frutteto.
4/8/09 11:09, fulvio ha scritto:
ciao, complimenti per la rubrica e per lo stile di vita.
sto per trasferirmi anch'io in campagna, il proprietario attuale della casa e del terreno ha già realizzato un orto. mi piacerebbe riprenderlo e man mano indirizzarlo verso la policoltura. cosa intendi quando dici:"a meno che i terreni non siano stati disturbati precedentemente"? ti riferisci a prodotti chimici o anche semplicemente alla monocoltura?
7/5/09 07:54, Cristiano ha scritto:
In effetti ogni sera io e mio figlio andiamo nell'orto dicendo: "andiamo a fare qualcosa nell'orto". Poi arriviamo lì (sono 3 metri fuori dalla porta di casa quindi non è che sia un gran tragitto), ci guardiamo intorno e lui mi dice: "Sì, ma cosa dobbiamo fare?". In effetti lui, l'orto, fa tutto da solo e la cosa più stressante è il fatto di sentirsi totalmente inutili.

Sarà che il nostro è un orto sinergico assistito direttamente via Skype dallo stesso Nicola che scrive questo articolo, ma al momento l'attività necessaria alla sua manutenzione è praticamente nulla (ah... no, ogni tanto apro il rubinetto dell'impianto di irrigazione goccia a goccia).

Se vi state chiedendo se questo sia dovuto al mio privilegio di essere assistito direttamente dall'autore di questo articolo beh... che dire. Di solito io gli faccio domande chilometriche e lui mi risponde: "io non farei niente e aspetterei a vedere che succede". Quindi direi che il suo merito maggiore è quello di impedirmi con costanza e perseveranza di fare danni.

Quindi grazie Nicola.

Arianna Editrice
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PERCHÉ QUESTA RUBRICA
La rubrica di Nicola Savio che ha scelto una via di "frugalità volontaria" trasferendosi ad abitare fuori città. Qui alterna lo studio e la sperimentazione di tecniche agrarie "naturali" e sostenibili alla realizzazione di una "Fattoria Urbana". Ospita i suoi pensieri, le sue scoperte e le sue esperienze in un percorso di ricerca, di confronto e scambio che possa arricchire chi legge e chi scrive. Una rubrica di "semi" sparsi a spaglio.
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